I flyer nel panorama dei mass-media in occidente

Andiamo a trattare l’importanza del media “flyer” nell’universo dei fenomeni underground.

In particolare ci occupiamo di quello che hanno significato in un caso emblematico, la propaganda tramite questo mezzo di comunicazione (assieme al passaggio di informazioni verbali) e la scelta stilistica adottata per i locali lanciati dal leggendario art-director Vasco Rigoni.

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Esoterismo e scienze dell’informazione

è la tecnologia sposata con le arti, sposata con l’umanistica che porta ai risultati che fanno battere il nostro cuore” Steve Jobs

Al rientro da una conferenza-fiume di Igor Sibaldi, dove si è parlato molto del “tutto” (scusate il gioco di parole), dell’Io, dell’infinito, dell'”orizzonte degli eventi”, di linguistica, di teologia, creando un momento che in definitiva è stato di approfondimento filosofico, abbiamo toccato i temi della zoè aionios (nonchè dell’eone come concetto di propagazione del dio iniziale, uno e perfetto ) in confronto al bios, dell’Io in confronto alla “persona” (come una delle maschere possibili per quell’Io – di pirandelliana memoria, vedi il suo “Uno nessuno centomila” -) e molte altre interessanti curiosità per l’animo umano. Continua a leggere

Rassegna musica nel cinema 2020

Per celebrare la gioia delle sere d’estate, messa a dura prova dai divieti relativi al nuovo Coronavirus, abbiamo approntato un calendario di film e documentari legati in qualche modo, più o meno diretto, al mondo della musica e della notte.

Per variare le esperienze che verrano godute nelle sei serate, abbiamo scelto di prendere la questione da diverse prospettive, dal documentario che prende molto sul serio la questione, alla commedia surreale che scherza con le esperienze notturne new-yorkesi, precorrendo l’era degli after-hours in Italia ed Europa.

Trovate titoli di registi misconosciuti accanto a quelli di maestri della settima arte, lungometraggi recenti a fianco di opere ormai più che trentennali, insomma, senza pretesa alcuna di essere esaustivi, abbiamo messo insieme una rassegna che dovrebbe assicurare il divertimento.

Qui di seguito la “locandina” dell’evento, che si svolgerà in località segreta, che sarà comunicata ai soli che ne faranno richiesta.

Fateci sapere se la proposta vi attizza:

Calendario cinematografico 2020

Per ulteriori dettagli consultate le altre sezioni di questo tumblelog alla voce “cinema” e “musica“.

La Warp Records, il bleep ‘n’ bass e l’IDM

Quello che è accaduto nell’ultimo trentennio in tema di musica elettronica, rivolta prettamente al dancefloor o pensata per ascolti di fronte al proprio hi-fi o alla propria consolle, è certamente dato dall’interazione di innumerevoli soggetti, facenti parte di più scene, ma se dobbiamo citare un protagonista in particolare, più che a un musicista a mio avviso dobbiamo rivolgerci a un’etichetta musicale, la WARP!

Tricky Disco

Etichetta di cui venni a conoscenza nei primi anni ’90 grazie al sound della Magica Triade al Movida di Jesolo, associata alle uscite di gruppi di culto nell’ambito dance, tanto per fare qualche esempio cito qui di seguito le tracce “LFO”, “Tricky Disco” e “Testone”, non è stata la prima ad aver seguito nel mondo le evoluzioni del genere, Transmat e Trax e più ancora la Mute sono progetti specifici dell’ambito elettronico partiti prima, inoltre le grandi etichette generaliste come la EMI erano le stesse che pubblicavano fino ad allora anche i musicisti elettronici, come Jean Michelle Jarre, Brian Eno o i Kraftwerk; ma è stata la capacità di quella che era partita per un breve periodo come “Warped”, salvo poi semplificare il nome come tutti sanno per le complicazioni che all’epoca si presentavano nel pronunciare quella parola al telefono, a dare una cornice coerente, sia dal punto di vista degli artisti selezionati per il proprio roster, sia da quello dell’immagine grafica fatta di scelte cromatiche (vedi le ormai celebri copertine ed etichette apposte sui vinili dal caratteristico color malva) e di minuziose note a margine dei dischi, che portarono l’elettronica, da universo di secondo piano com’era visto dagli appassionati di musica fino ad allora, all’immagine che ne abbiamo oggi, della forma musicale che connota in modo principale la scena odierna, una volta che gli ultimi baluardi del rock, la scena grunge, sono ormai cosa di tanti decenni fa, e i tentativi di rifare il verso “enne” volte a un’ideale scena rock del passato, vedi tanto per fare qualche esempio lampante gli Strokes, gli Interpol, i White Stripes o i Franz Ferdinand, non hanno troppo convinto fino ai loro inizi. Al contrario, la musica che prevede la preponderanza di suoni elettronici, è ormai come sostiene DJ Rupture nel suo ultimo saggio “Remixing” La musica rock dell’epoca attuale, per di più un po’ in tutto il mondo, dal momento che anche nel più disperso villaggio africano un ragazzo può produrre una track al cellulare con Fruityloops.

A tale constatazione era giunto trenta anni fa Gianluca Lerici, conosciuto come Prof. Bad Trip, che nell’intervisto che ho pubblicato nell’articolo a lui dedicato, sostiene, peraltro dopo una militanza attiva in diverse formazioni punk, che dopo aver sentito le prime tracce techno e acid non riusciva più ad ascoltare la musica fatta con strumenti a corde, a fiato o a percussione, che gli suonavano – è proprio il caso di dire – desueti. Percorso analogo lo aveva fatto Leo Mas negli stessi anni, essendo stato anch’egli membro di una formazione punk, dopo aver sentito Acid Trax dei Phuture (la formazione originaria ove militava a metà anni ’80 DJ Pierre) disse che aveva avuto la netta sensazione di sentire qualcosa altrettanto dirompente del punk!

Proprio la Warp ha dato un’immagine di credibilità al genere, e a oggi i principali artisti della sua scuderia sono ormai considerati dei musicisti di riferimento a fianco di quelli più tradizionali anche all’interno delle recensioni delle principali riviste di settore, da Blow-Up, in cui le gesta di Autechre e Aphex Twin sono state seguite con attenzione fin dagli esordi, a Ondarock, passando poi per gli odierni riferimenti on-line specifici della scena elettronica (ormai il fenomeno è ribaltato: questo è il genere principale, e chi utilizza vecchi strumenti meccanici come chitarre, bassi e batterie è divenuto soggetto di nicchia nel panorama musicale odierno), da Factmag a Parkett Channel, da Pitchfork a Rockol. Solo il vecchio portale di Piero Scaruffi (all’epoca dei suoi sei volumi sulla storia del rock il mio riferimento) non ha dato la giusta rilevanza al fenomeno.

Tornando alle origini dell’etichetta, essa è stata fondata nel lontano 1989 a Sheffield, città degli Human League e dei Cabaret Voltaire, da Robert Gordon, Steve Beckett e Rob Mitchell, tre ventenni della città che approfittarono dell’ “Enterprise Allowance”, una norma introdotta dal governo Tatcher che prevedeva un contributo per i disoccupati che avessero aperto un’attività.

Il primo lavoro a carico di quest’etichetta è l’ormai celebre “Track with no name” dei Forgemasters (nome catalogo: Wap1), di cui Gordon stesso era membro, seguono una serie di hit di quello che non sappiamo se e come fosse stato definito allora, ma negli anni a venire verrà prima riscoperto da Simon Reynolds nel suo “Generation ecstasy” / “Energy Flash” a fine anni ’90 e successivamente da altri giornalisti musicali fino a Matt Anniss con la sua doppia opera libro/compilation “Join the future” del 2020 e denominato “Bleep and Bass”.

Questo movimento fu la risposta inglese ai generi elettronici da ballo americani, la house music, l’acid house e la techno di Detroit, a cui gli inglesi risposero con questi “bleep” sopra alla cassa che andavano a mimare scenari elettronici futuristici, come segnali dallo spazio o da remoti calcolatori intenti ad elaborare frequenze audio da inviare a destinazioni misteriose. La suggestione che ebbero allora questi pezzi fu notevole, la ricordo bene mentre da adolescenti la scoprivamo nei principali club di musica elettronica del nord-Italia.

I nomi principali di queste uscite sono ormai leggendari per chi ama questa scena, da Tuff Little Unit a Sweet Exorcist, da Tricky Disco a Black Dog (poi divenuti Plaid) passando per Nightmare on Wax – che pur facendo parte del roster di WARP fin dal principio aveva però uno stile differente tanto da non potersi ascrivere direttamente all’universo bleep – e Unique 3 che mi sento di dover annoverare in questa retrospettiva anche se non pubblicava con WARP, ma di cui la track “The Theme” è universalmente riconosciuta come il primo pezzo Bleep & Bass della storia.

Black Dog – Virtual versione originale

Il primo gruppo a sfondare nelle classifiche furono però gli LFO, prima col singolo omonimo, tra quelli con la ormai celebre copertina lilla, poi con LP “Frequencies”, pietra miliare del genere, di cui come per i Pink Floyd con “The Dark Side of the Moon” e per i Cabaret Voltaire con “Groovy, Laidback and Nasty” (quest’ultimo coevo dell’epoca WARP), possiedo sia vinile che CD.

Senza stare lì a riportare l’intero catalogo, possiamo dire che attraverso la pubblicazione della serie “Artificial Intelligence” la WARP vira nella direzione che l’avrebbe resa grande, quella di lasciare in secondo piano il dancefloor per introdurre quella corrente che sarebbe divenuta famosa come “IDM”, ovvero “Intelligent dance music”, quintessenza dello stile WARP. Tracce dove la cassa è meno o per nulla presente, la forma di stampa che viene presa è l’album in luogo del semplice 12″ e lo stile sta tra il chill-out e la Detroit Techno.

A caratterizzare questa seconda fase sono artisti già citati più i Boards of Canada, altra punta di diamante dell’etichetta, Luke Vibert, Squarepusher, Yves Tumor, Vincent Gallo, Flying Lotus, Mark Pritchard, Oneohtrix Point Never tra i principali.

La WARP si è occupata anche di produzioni video, testimone di questo filone il DVD :

Warp Vision: The Videos 1989-2004

Per concludere questa prima pubblicazione dell’articolo, che andrà in seguito integrato con recensioni e varie, allego l’articolo di Simon Reynolds su Fact Magazine ove il giornalista inglese traccia la lista delle principali track del genere Bleep ‘n’ Bass:

The 20 best bleep records ever made

e a seguire, prima della bibliografia, il link all’evento WXAXRXP in collaborazione con NTS Radio, dove lo scorso 19 giugno 2019 sono stati festeggiati i trent’anni dell’etichetta con 100 ore di musica, selezionando session dei principali artisti della label:

WXAXRXP on NTS Radio

Bibliografia:

Energy Flash – Simon Reynolds – Arcana Editrice

Join the Future – Matt Anniss – Velocity Press

Warp Labels Unlimited – Rob Young – Black Dog Publishing

Il numero di gennaio 2020 di Mixmag che celebra il trentennale della WARP

Il sito ufficiale dell’etichetta inglese

Discografia:

partiamo col proporre le tre antologie, pubblicate a ogni decennio compiuto dall’etichetta inglese:

WARP 10+

WARP 20

WXAXRXP

Per ultimo, se voleste immediatamente acquistare qualcuno dei dischi che abbiamo citato in questo articolo, di seguito riporto il sito Bleep.com, l’e-commerce ufficiale della WARP Records.

L’ascesa dell’house-music nella Riviera romagnola

Era naturale, dopo aver raccontato la nascita del fenomeno House-Techno a Ibiza e nel nord-est italiano, pubblicare un articolo sui prodromi di questa avventura e menzionare i locali di riferimento anche su un’altra area importantissima a livello europeo per la cultura del clubbing che ha generato e anche per la la dimensione del fenomeno: la Riviera romagnola.

La celebre serie di indicazioni per i locali di Riccione

Oltre a questo, è la zona tra le tre che ho maggiormente frequentato negli anni ’90, complice la scelta in quel periodo di risiedere a Bologna, perciò è una situazione che ho conosciuto in profondità.

L’equivalente dell’accoppiata Movida/Ranch qua in Emilia fu l’Ethos-Mama Club/Diabolik’a, locali fondati da Gianluca Tantini in collaborazione con Maurizio Monti, delle pettegoliere (Sabrina Bertaccini e Mara Conti) per le relazioni pubbliche, e di Flavio Vecchi e Ricky Montanari per il sound. Questi due furono i locali ove vi fu la netta cesura tra un sound piuttosto condiviso in tutte le discoteche italiane dell’epoca (sembra incredibile oggi, ma fino ad allora si ballava Den Arrow e Spagna, qualche reminiscenza del Cosmic sound arrivata in tutte le periferie, Tracy Spencer e Jimmy Sommerville, Depeche Mode persino i Pink Floyd con The Wall, canzonette come Da-Da-Da dei Trio, Sunshine reggae dei Laid Back e amenità come queste). Quindi immaginiamo i nuovi DJ portarci fuori non senza difficoltà da un suono senza alcuna pretesa di innovazione e di ricercatezza a uno che rimbalzava in Italia coi modi che abbiamo raccontato in altri articoli e che Flavio Vecchi ci racconta in questa preziosa intervista, ovvero andando in esplorazione a Londra (lui ma anche Cirillo e Ricky Montanari, come anche Ralf a New York) come un moderno trappeur e portando a casa il sound più innovativo proveniente dalle due sponde dell’atlantico.

Sarebbe ingiusto stabilire una graduatoria di chi abbia aperto prima, se a Jesolo o in riviera romagnola, in quanto se in Veneto si esordì al mare da metà ’89, è pur vero che i party con la stessa formula erano già stati lanciati tempo prima al Macrillo a Gallio, mentre per quanto riguarda la situazione emiliana, prima che partissero i locali sopra citati, era già da tempo che Vecchi proponeva un certo stile già al Kinki a Bologna, rimasto per anni il riferimento per la musica di ricerca e l’atmosfera “di tendenza” in città, durante la stagione invernale. Quello che possiamo dire, è che ognuna di queste due costiere ci è arrivata indipendentemente e con una propria storia.

Qui l’intervista di Flavio Vecchi pubblicata pochi giorni fa:

La differenza tra le due regioni in generale, da quello che ho esperito personalmente è ancor più profonda di questa piccola disputa su chi abbia lanciato in Italia la tendenza e attiene a un carattere generale differente, probabilmente per profonde ragioni storiche. Il Veneto è piuttosto dicotomico, nonostante abbia avuto il dominio della Serenissima, piuttosto liberale quando non libertino, per secoli, con ogni probabilità dopo l’Unità è stato soggiogato dal Vaticano avendo attecchito particolarmente bene un fenomeno definito “cattolicesimo intransigente”, e nel dopoguerra divenendo grande serbatoio per la D.C. In compenso chi si chiamava fuori dal contesto erano personaggi veramente trasgressivi, uno su tutti l’art director del Macrillo, Vasco Rigoni. In Emilia-romagna invece è storica l’opposizione al Vaticano, da molto prima dell’avvento del socialismo, e qui il fenomeno del divertimento notturno ha trovato un tessuto molto più fertile, con un territorio già da decenni predisposto; si pensi a Tantini, già da prima dell’era house coinvolto nel mondo musicale come organizzatore di concerti, ma si pensi soprattutto alla scena musicale bolognese, con Dalla, Guccini, Rossi, gli Stadio, Cremonini, Carboni, Neffa…

In effetti la mia esperienza personale mi ricorda Jesolo come patria di discoteche fantastiche, ma scenari un po’ “post-atomici”, con gente che prendeva le 12 ore come una missione di guerra, molto impostate e un filino snob nei confronti di chi aveva gusti più popolari (non ignari di star esercitando un atteggiamento trasgressivo rispetto alle prerogative del territorio), l’Emilia Romagna invece presentava un popolo di punter nostrani molto più rilassati (polleggiati si sarebbe detto da quelle parti), quasi ci fosse una consapevolezza che la vita notturna che stavano facendo era in fin dei conti nient’altro che l’evoluzione nel solco della propria tradizione popolare. Basta vedere in successione questi documenti di due epoche successive per capire come la “tendenza” in Romagna fosse la prosecuzione del dancing/discoteca tradizionale e ancor prima della balera, o come ci ricorda Casadei, dell’aia contadina:

Al riguardo si narra che la decisione di aprire un after-hour da parte della ballotta dell’Ethos fosse dovuta al fatto che abitualmente Monti e combriccola erano soliti tirare mattina dopo la nottata in discoteca in vari locali (tradizione mantenuta gli anni a venire, con grande afflusso di gente al Lucky Corner dopo la serata in disco e prima dell’after), ma evidentemente insoddisfatti dell’offerta, decisero di aprire loro un altro locale dove ritrovarsi con chi voleva fare più tardi, ma forse più tra cappucci e cornetti che non tanto in pista.

Per chi volesse vedere com’era il Vae Victis, una perla dalle teche RAI

Oltretutto, da questo punto di vista, sempre parlando dei due locali pionieri, Ethos Vs Movida, va detto che nonostante fossero grosso modo gli stessi i successi dell’epoca, Tricky Disco, Pacific State, Your Love, French Kiss, A Path, etc, le scalette erano declinate in modo notevolmente differente nei due club: l’Ethos con un sound più morbido e rilassato (con molto più cantato), caratteristica che con l’eccezione della piramide del Cocco sarebbe rimasta negli anni a venire; il Movida aveva un sound più duro (con molto più dub), pilotato dalle contaminazioni anarco-punk EBM/death-rock/Industrial di Leo Mas, che perfettamente allineato al carattere della clientela jesolana, abbiamo detto più rigido e molto meno gay-friendly, sarebbe rimasto cifra stilistica negli anni successivi, col Musikò, l’Asylum di Moka DJ (locale gabber), la successiva gestione Aida delle Capannine con Marco Bellini in consolle (“allievo” della Triade) e l’Exess.

Locali necessariamente da menzionare in una storia notturna della riviera romagnola sono oltre a quelli già citati: Cocoricò, Peter Pan, l’Echoes (nato dalla necessità di trasferire la situazione dalle Marche alla più libertaria Romagna, a causa degli stessi problemi avuti col Movida nel Veneto, di far accettare alla popolazione più adulta e all’amministrazione questo nuovo fenomeno), l’Ecu, il Classic Club – che ha avuto un po’ lo stesso destino del Kinki, prima locale gay, poi after-hour -, il Cellophane, il Byblos, il Pasha e gli after, il Diabolik’a (poi Vae Victis e successivamente Echoes) e Il Club dei 99 a Gradara.

In Emilia-Romagna i protagonisti erano altri rispetto ai DJ superstar del Veneto e vi fu poco scambio, salvo una residenza di Andrea Gemolotto al Cocoricò nei primi anni ’90, il tentativo messo in atto (con discreto successo tra l’altro) di chiamare un breve periodo Flavio Vecchi al Movida nel ’91 e successivamente come resident dj Massimino Lippoli, Angelino Albanese, Pier Del Vega e Stefano Noferini, di stanza normalmente in Romagna, al Musiko e al Gilda di Jesolo nelle stagioni ’92/93. Anche Leo Mas finì una stagione al Pascià la domenica sera, per il resto, in quello che a un certo punto venne definito il “divertimentificio” i big sono sempre rimasti Ralf, saldamente al comando del Titilla per circa vent’anni, Vecchi e Montanari, Ricci, i Pasta boys (Rame, Uovo, Dino Angioletti) e Ivan Iacobucci oltre al già citato Massimino.

Tanto per completare sommariamente il quadro, fuori da qui ci furono sporadicamente altri locali, nei dintorni di Ferrara Il gatto e la volpe, Il Mazoom di Sirmione, L’Alter Ego a Verona, La scala e il Kink Light a Padova e il Go! Bang a Fossalta di Portogruaro, il Kinki a Bologna, il Plastic a Milano e più tardi il Flash ad Aquileia. In centro Italia una certa importanza la ebbero il Red Zone, il Fitzcarraldo, Il Devotion (sì, il nome è preso dal pezzo dei Ten City dell’album Foundation).

Andava fatta questa “mappa” per rendere chiara l’area in cui si sviluppava il fenomeno nella penisola italiana, con un’appendice se vogliamo a Ibiza, in particolare coi locali Pacha, Amnesia, Ku (in seguito Privilege) e lo Space after hour.

Come di consueto, per coloro che arrivano alla fine degli articoli c’è il premio, in questa occasione la segnalazione di un canale Youtube del celebre New York Bar! non si capisce se il nickname “Fabjazzlive” si riferisca a Fabio S, art director del primo after-tea d’Italia, un successo partito nell’autunno ’95 sui colli bolognesi al Vertigo, con Ivan Jacobucci in consolle supportato da Marco Spinelli, in cui confluivano tutto il pubblico e tutti i pr delle altre situazioni del sabato sera emiliano e oltre; locale in cui si ricreò, forse per l’ultima volta, quel clima particolare in cui chi c’è, sente di trovarsi all’interno di un momento magico, un po’ come all’epoca il Movida e l’Ethos. Qui è durato il tempo di una stagione: il successivo trasferimento estivo al Pascià di Riccione non è stato memorabile, mentre la successiva stagione invernale al Ruvido è stata purtroppo prioprio fallimentare. L’estate successiva a La Villa Delle Rose, sempre in riviera romagnola nemmeno, poi so solo che il brand “New York Bar” è stato trasferito a Milano per qualche stagione, indice dell’hype raggiunto in tutto il nord-Italia, ma da allora in poi non l’ho più seguito personalmente. In questa pagina Youtube ci sono molti filmati della prima stagione, tra cui oltre alle pregevoli ospitate di Barbara Tucker e Ce Ce Rogers (ricordo come fosse ora la sua versione di “Promise Land”) si vede, in quello che pubblico, uno spezzone della chiusura della prima stagione, oltre a Ettore del Docshow in apertura (allora p.r. proprio all’after-tea), una delle scene più memorabili: in quella serata, caratterizzata da un’eccitazione palpabile, due donne che ballavano sui cubi davanti alla consolle, esibivano continuamente il seno, costringendo Fabio S ad andare di persona a ricoprirle, tra le risate generali. Uno dei tanti indici dell’atmosfera confidenziale che si era creata quella stagione irripetibile tra le mura del Vertigo:

Bibliografia:

An history of Cocoricò (Riccione) in English

Approfondimenti:

Diesel Extraordinary Time Travellers

In this page a winter Diesel vintage sweatshirt with psychedelic “extraordinary time travellers” logo on the front.

In questa pagina la felpa invernale con grafica anteriore “extraordinary time travellers” psichedelica.

Felpa Diesel con grafica anteriore “extraordinary time travellers”

BRAND: DIESEL
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: EXTRAORDINARY TIME TRAVELLERS
PRODUCT ID: 2
FIT: REGULAR
MADE IN: TURKEY
SIZE: M
YEAR: 1999
CONDITION: GOOD, THE ONE ON THE FRONT ISN’T A SPOT, IT’S A CAMERA DEFECT
COLOUR: DARK GREY
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES
SPECIAL FEATURE: PSYCHEDELIC FRONT GRAPHIC “EXTRAORDINARY TIME TRAVELLERS
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €69

Old glory

Rare and precious Diesel Old Glory denim pants, super used, from my own collection, that I’m proposing to collectors, fashion victims and/or fashion designers:

Un prezioso e raro pantalone in denim Diesel Old Glory, usatissimo, della mia collezione che propongo a collezionisti, fashion victim e/o fashion designer:

Jeans Diesel prima linea Old Glory

BRAND: DIESEL
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: OLD GLORY
PRODUCT ID: 1
FIT: REGULAR
MADE IN: ITALY
SIZE: 32 UK/USA 46/47 ITALY
YEAR: 1991
CONDITION: GOOD
COLOUR: WORN INDIGO BLUE
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES INSIDE/OUTSIDE (SI, DENTRO E FUORI)
SPECIAL FEATURE: OLD GLORY DIESEL VINTAGE WITH INNER SELVEDGE (CON CIMOSA ALL’INTERNO)
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €99

L’arte di prof. Bad Trip

Un personaggio in cui questo tumblelog, per certi versi parecchio controcultale, o quantomeno non solo attento, ma zeppo di argomenti di nicchia, è il prof. Bad Trip, al secolo Gianluca Lerici (1963-2006).

Personaggio di nicchia fino a un certo punto, dal momento che nell’ambito del fumetto – non solo italiano – questo autore è famosissimo.

Autore spezzino dalla biografia almeno per me – e credo per tutti gli individui della working class – assolutamente emozionante, cresciuto con ogni probabilità in una famiglia di muscolai (coltivatori di cozze), dal momento che a quanto racconta egli stesso nel documentario che è inserito anche in questo articolo, i professori conservatori del suo liceo scientifico lo deridevano già dai primi anni di superiori dandogli quell’epiteto (buoni quegli insegnanti), e dal momento che anch’egli una volta finita quell’esperienza esercitò per alcuni anni quell’attività, intuito il suo talento artistico inizia ad evolvere negli anni giovanili, prima all’interno del mondo musicale, ove milita nella seconda metà degli anni ’70 in diverse formazioni punk, dagli Holocaust ai Fall-out assieme all’amico Benzo, poi frequentando profittevolmente l’accademia di Belle arti di Carrara, dove affina il suo innato senso artistico. Da quel periodo in poi inizia a produrre i suoi primi lavori col nome d’arte di prof. Bad Trip. Nome perfetto per il suo stile, che per la massa del suo pubblico fa pensare a un brutto “viaggio” chimico dopo aver calato un acido, idea che prima di lui aveva avuto un’oscura etichetta di punk/hard core californiano e che egli giustamente con l’arte del cut-up aveva fatto sua, intentendo non tanto l’interpretazione più scontata, quanto piuttosto una condizione planetaria per noi e il resto del mondo, causata dal pesante intervento dell’uomo nell’ambiente.

Oltre a questa biografia, dove un ragazzo che parte dal nulla arriva a fare le copertine agli Psychic Tv di Genesis P. Orridge e ad essere pubblicato da Mondadori, la cosa che va ben dichiarata in questa sede è la forza del suo tratto diventato un potentissimo marchio di fabbrica: si può dire figlio della tradizione fumettistica italiana, con il Max Bunker di Kriminal e Satanik in primo luogo, ma prima di esso, il suo tratto fortemente marcato, da xilografia, è erede diretto dell’iconografia protestante, in particolare il tema della danza della morte, mediata precedentemente nei primi del ventesimo secolo dagli espressionisti tedeschi. A livello letterario, uno su tutti gli autori da citare è l’inglese James Graham Ballard, maestro della “fantascienza interna” contro la classica fantascienza dello spazio, la cui opera è oggetto di ispirazione dichiarato da Lerici.

La sua opera definita cyberpunk, sia perché questo termine è assonante alla sua militanza musicale, sia perché effettivamente si rifaceva nei suoi fumetti a quel tipo di letteratura (storica è la riduzione de “Il pasto nudo” di William Burroughs per la Shake edizioni, nota casa editoriale concentrata sulla controcultura) è un concentrato di immagini psichedeliche. Se dovessi dare un parere, in molte opere di prof. Bad Trip, il quale non si è solo occupato di fumetti, ma ha spaziato in tutte le arti, dalla pittura alla scultura, passando per il collage (nonché rimasto grande appassionato di musica anche dopo l’esperienza giovanile, negli anni a venire era andato in fissa per la techno), trovo che sia il naturale erede di Enrico Baj. Il mio è un parere senza precedenti e quindi senza paracadute, ma se guardiamo a certe opere totemiche dell’artista spezzino, ai volti allucinati dei suoi personaggi, nonché a certi aspetti della sua poetica, trovo siano l’evoluzione delle tematiche dell’artista milanese (secondo me pure progenitore del punk, senza che Vivienne Westwood affermi o meno questa gemmazione, e quindi in una sorta di Ouroborus ci ricolleghiamo immediatamente a Lerici e alla suo spirito punk), anch’egli, avendo fondato il gruppo degli artisti nucleari in gioventù, si dimostrava molto preoccupato per la degenerazione della violenza in un prossimo futuro, sempre spaventato dai possibili soprusi delle forze dell’ordine come dimostra la sua opera più importante, “I funerali dell’anarchico Pinelli” e anch’egli aveva quella inclinazione all’addobbo, con cui decorava suoi ufficiali, dandogli poi, se andiamo nel dettaglio dei volti, delle caratterizzazioni esageratamente marcate ai tratti del viso e delle espressioni allucinate in cui intravedo in trasparenza quanto nei decenni successivi prodotto dal Lerici. Anche se quest’ultimo non lo ammetterà mai, mettendoci sicuramente tutta l’onestà intellettuale che gli riconosco, l’aspetto interessante è che molte appropriazioni che gli artisti attuano, sono del tutto inconsapevoli, come ben spiegato in alcuni capitoli di “Sound Unbound” di Paul D. Miller, filosofo e DJ americano, molto interessato ai temi del cut-up e delle citazioni.

Per ulteriori approfondimenti sulla sua opera rimandiamo alla bibliografia, dove prima di tutto c’è il sito cresciuto attorno all’associazione di amici che ne promuove la conoscenza, gomma tv, mentre come al solito in questa sede mi occupo di mettere a immediata disposizione dei visitatori i contributi video più interessanti che ho trovato, il primo, questo video biografico raccontato dalla compagna di vita di Gianluca Lerici, Jena Filaccio:

il secondo è il montaggio in cartone animato ad opera di Domenico Gemelli, suddiviso in due puntate:

Bibliografia:

il sito a cura degli amici e compagni di percorso di prof. Bad Trip Gomma.tv

La pagina del sito di Shake edizioni dedicata a Gianluca Lerici

Sound Unbound – Paul D. Miller – Arcana Edizioni

Terminiamo con questa perla, un’intervista diretta a Gianluca Lerici, a.k.a. prof. Bad Trip:

Blue System – Jet Set

Nel raccontare con parole e immagini del primo ingresso di questo brand in Italia, al termine dell’articolo vi informerò anche di un’interessante novità:

Si tratta di uno spin-off di un allora piccolo marchio svizzero, partito a fine anni ’60 dall’esclusiva Saint-Moritz, che dopo essere stata attiva i primi anni come boutique con una proposta piuttosto radicale nel contesto della stazione sciistica (capi di seconda mano e stile hippy), negli anni successivi ha implementato la proposta con una propria collezione di abbigliamento da sci e successivamente ha lanciato l’etichetta Blue-System, che ha avuto una stagione molto breve in Italia a cavallo tra anni ’80 e ’90. La diffusione a quanto ne so è stata molto localizzata (se qualcuno ne sapesse di più, come sempre sono ben gradite le indicazioni da parte di chi legge, poste come minimo con garbo e ancor meglio se con simpatia), mi verrebbe da dire nell’alto Veneto, ma credo che in zone come Bolzano o la Bergamasca possa aver avuto un ottimo riscontro, certamente fu Belluno la roccaforte, complice l’allora boutique di tendenza Za che propose questo marchio fin dalla leggendaria collezione di jeans noti per il dettaglio delle tasche posteriori “a soffietto”: ovvero nell’intenzione dei fashion designer dell’epoca di proporre un capo dal generale orientamento street-chic, l’idea è che avesse un appeal “rilassato”, impostazione over-size, ovvero vita e gamba larga e lunghezza contenuta, costringendo a portare il capo arricciato in vita, con grandi gambe dritte, probabilmente prendendo dal mondo hip-hop con una declinazione dance-oriented, e in questo anche le tasche erano “over-sized”, riportate poi ai bordi standard plissettando leggermente il pezzo di stoffa durante la cucitura. La soluzione era una genialata nel suo piccolo, consentendo di ottenere una tasca molto capiente dove calare poderosi portafogli che tanto piacevano ai teen-ager, magari nella versione con catena da attaccare a un passante, per un’idea di un proprietario pronto ad affrontare i peggiori quartieri malfamati! Il lavaggio era un delavè al limite del bleached, ai fini di dare un immagine al capo di una storia alle spalle che avesse molto da raccontare, nottate infinite tra discoteche, afterhour e rave.

I Blue System con tasche a soffietto

BRAND: JET-SET
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: BLUE SYSTEM
PRODUCT ID: 3
FIT: LARGE
MADE IN: ITALY
SIZE: M
YEAR: 1990
CONDITION: GOOD, THE ONE ON THE BACK ISN’T A SPOT, IT’S A CAMERA DEFECT
COLOUR: BLEACHED, LIGHT 
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES 
SPECIAL FEATURE: FOLDING POCKETS ON THE BACK, FIT LARGE
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €149

E il risultato di questa proposta fu esplosivo, nelle aree ristrette in cui fu presentato questo brand. Probabilmente la Jet-Set pagava lo scotto di essere una piccola azienda svizzera appena affacciata nel panorama internazionale, e in particolare nel tentativo di penetrare nella nostra penisola, l’impresa era quella di Davide contro i Golia del fashion mondiale!

Ai jeans, che erano il capo principale e che andarono evolvendo nel corso dei semestri successivi, facevano seguito altri capi casual: primariamente felpe – mozzafiato – caratterizzate dal logo dei leoni rampanti declinato in varie grafiche, emblemi presi dall’usanza medievale nordeuropea di riportare tale blasone sulle armi, per dare una connotazione battagliera di chi indossava questi capi. Capi dalla portabilità comoda anch’essi; più marginalmente il marchio Blue System proponeva dei bomber – ovviamente – in varie colorazioni, con varie grafiche, spesso a tutta larghezza riportate sulla schiena e vari dettagli, talvolta metallici, a confermare questa immagine di “corazza” per gli eventi più caldi dei teen-ager che li avrebbero indossati.

Grafica tratta dal retro di una felpa, tra medioevo e psichedelia: un Mad Max in acido!

Va detto che questi ultimi hanno avuto qui in Italia una penetrazione molto superficiale rispetto ai jeans – che si presentavano molto più minimali e quindi più adatti ai nostri canoni stilistici – per felpe e soprattutto giubbotti; in Italia, la madrepatria mondiale dello stile, si preferivano capi più raffinati ove prevaleva la ricerca stilistica nel tessuto e nel taglio, e dove il marchio, dopo la sbornia paninara, aveva un understatement molto maggiore, fino ad essere arrivato negli anni successivi, dopo al declino stesso della Blue-System, a sparire totalmente.

Sono venuto a sapere, che al contrario in centro e nord Europa la Blue-System ha avuto un successo anche maggiore che da noi, quantomeno nel mondo hooligan, ove quella simbologia e quella semiotica nei bomber e nelle mantelle sono riuscite ad attecchire perfettamente nelle aspettative del pubblico che si scalmanava negli stadi.

La novità di questi ultimi giorni è che dopo anni di oblio, la Jet Set sta sviluppando il rientro nel mercato per la prossima stagione primavera-estate 2020 del brand Blue-System, con una nuova linea di jeans a cura dello stilista Michael Michalsky, che andranno, a quanto pare dalle premesse, a sfruttare l’heritage del glorioso passato nell’abbigliamento street/casual con posizionamento elevato. Se sarà proporzinato a quello del primo lancio, prepariamoci a degli standard molto esclusivi, si pensi che a suo tempo un altro degli elementi di rottura azzeccato dalla Jet-Set fu proprio il posizionamento molto sfacciato: mentre un Levi’s, riferimento assoluto all’epoca veniva venduto al pari di un italianissimo El-Charro a circa 80.000 lire, di circa diecimila maggiore a un onestissimo Uniform o Americanino (e la Diesel allora ancora lungi dallo sfondare venisse anche meno), i Blue-system venirono proposti all’arrogante prezzo di 150.000 lire (completamente fuori dal normale ambito casual e probabilmente anche più caro di un pantalone elegante) prezzo che fu la croce dei punter, che a costo di immani sacrifici, dovevano nel loro sentire procurarseli a tutti i costi a completare il look togo per affrontare le dodici ore dei sabato sera, e la gioia dei teen-ager figli dei genitori più ricchi, che grazie al facile espediente del prezzo come confine tra loro e i figli della gente comune, potevano distinguersi dagli altri ancor maggiormente che nelle passate stagioni stilistiche.

FELPA – SWEATSHIRT:

BRAND: JET-SET
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: BLUE SYSTEM – LION
PRODUCT ID: 4
FIT: REGULAR
MADE IN: ITALY
SIZE: M
YEAR: 1990
CONDITION: GOOD
COLOUR: BRICK RED 
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES 
SPECIAL FEATURE: PSYCHEDELIC MIDDLE-AGE LION ON THE BACK
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €89

Per chi desiderasse andare sul nuovo, è freschissima la notizia del lancio, dopo oltre venticinque anni dalle ultime linee arrivate nei negozi, della nuova collezione Blue System di Jet Set, qui sotto il link per il negozio on-line:

Blue System Spring-Summer 2020

Radiofonografo Brionvega rr-126-fo-st – F.lli Castiglioni

Presento in questo articolo un componente hi-fi, anzi l’integrato più cool di sempre, un unicum nel panorama degli impianti stereo a livello mondiale, che ha solo qualche tentativo di emulazione, declinato in varie correnti stilistiche nazionali, senza alcuna possibilità di starvi a paragone.

Si tratta del leggendario Radiofonografo Brionvega rr126, ideato da Achille e Pier Giacomo Castiglioni, ma voluto dal patron del celebre brand italiano, Giuseppe Brion, famoso per essersi avvalso dei più affermati architetti e designer per i suoi progetti più ambiziosi, dando un’immagine inedita e giunta ormai a fama mondiale a oggetti che fino ad allora venivano considerati dei semplici elettrodomestici passibili di essere riprodotti abbastanza uniformemente in qualsiasi industria dell’emisfero australe.

L’intento di questo articolo è di essere la scheda definitiva su questo apparecchio, dando tutti i dettagli costruttivi del rr-126; in più, il taglio che intendo darne è particolarmente incentrato sulla semiotica e i significanti dell’elemento, che lo rende prezioso e unico, a oggi ancora meritevole di quotazioni maggiori della somma dei componenti separati di un qualsiasi asettico impianto hi-fi anche pregiatissimo (nel gergo si usa l’aggettivo “esoterico”).

Inoltre, periodicamente, proporrò in vendita a coloro i quali fossero interessati, degli esemplari ricondizionati di questa apparecchiatura, pronti ad entrare nei vostri soggiorni o in qualche ambiente pubblico particolare, come la lobby di qualche prestigioso design hotel (o boutique hotel che dir si voglia) o un listening bar.

Il Brionvega rr-126 in dialogo con un antico tappeto persiano

Dopo anni di ascolto e di confronto con diversi guru nazionali del settore, conservo ancora diverse perplessità se il fatto che un componente audio, fin anco un cavo di segnale o persino di potenza, possa fare una differenza nell’esperienza di ascolto di un album o di un pezzo musicale; se esistono queste differenze, possono essere percepite solo qualche da raro umano a cui possiamo dare il titolo di “orecchio assoluto”. Molto più diffusa è la sensazione inconscia per cui il contesto abbia, se non pari importanza, quantomeno un forte influsso sull’esperienza di ascolto (e non solo). Si sa che certi concerti, come certe partite di calcio, assumono diversi tipi di appagamento a seconda dello stadio in cui sono suonati o giocati (in inglese si userebbe lo stesso termine “played”), così come un DJ-set nel disco-bar di qualche albergo dolomitico non potrà mai essere la stessa cosa di uno analogo che avvenga in un club di qualche metropoli cosmopolita, come in una terrazza delle Baleari: perfino il pubblico presente, perciò in definitiva noi stessi, influiamo in quello che ascoltiamo, partendo dal presupposto di avere una stessa identica scaletta. Lo stesso dicasi – ognuno pensi alla propria esperienza personale – di un’opera lirica rappresentata in un’arena di fama e rilievo internazionali rispetto a un teatrino di provincia; è piuttosto noto come i melomani vadano a vedere più volte una stessa rappresentazione in tutta Europa, proprio per coglierne le differenze tra un contesto di ascolto e un altro.

Ecco che l’intuizione del trevigiano Giuseppe Brion di avvalersi di eccellenti designer come i fratelli Pier Giacomo e Achille Castiglioni nel caso del radiofonografo rr-126, risulta ancor oggi quantomai azzeccata, permettendo ai pochi fortunati possessori un’esperienza che oltre parlare all’orecchio, comunica fin da prima che la puntina venga posata sul disco o che la stazione radio venga sintonizzata, una percezione di eccellenza, e credo anche di cosmopolitismo, cui nessun altro impianto riesce ad arrivare a certi animi sensibili.

A questo titolo è emblematico il caso dell’esemplare appartenuto a David Bowie, un rr-126 laccato bianco con evidenti segni d’uso tra l’altro, come è normale che sia per un oggetto di oltre cinquant’anni, assurto agli onori della cronaca dopo essere andato in asta da Sotheby’s l’11 novembre 2016 ed essere stato aggiudicato alla cifra record di 257.000 sterline – l’equivalente al tempo di 298.000 euro (324.000 se consideriamo i diritti della Casa d’aste)! – assieme ad altri oggetti di design e opere d’arte appartenuti al cantante, artista e attore britannico, in una sequenza di quotazioni record a fianco per esempio ad opere di Basquiat, con il dipinto “Air Power” venduto a sette milioni e novantatremila sterline, Auerbach, Hirst con la sua la sua opera “Beautiful, Shattering, Slashing, Violent, Pinky, Hacking, Sphincter Painting” battuta a 755.000 sterline, Erich Hackel con ‘Mannerbildnis’  e oggetti di design progettati da Ettore Sottsass (il cabinet Casablanca e la macchina da scrivere portatile Valentine) e dal celebre Studio Memphis (tra gli altri il celebre Carlton) di cui facevano parte oltre al già citato Sottsass, Aldo Cibic, Nathalie Du Pasquiet, Marco Zanini, George Sowden, Michele De Lucchi e Peter Shire. Nella bibliografia il link alla serie completa dei tre lotti.

Ogni dettaglio dell’rr126 è pensato per esprimere un lusso sobrio e un modernismo equilibrato che lo rende ancor oggi contemporaneo, tanto che il marchio esiste ancora e in una sorta di ritorno alle sue origini, da Milano a Pordenone, appena a est della marca trevigiana, costruisce ancora l’apparecchiatura secondo il progetto dei f.lli Castiglioni. In assoluto possiamo dire che Giuseppe Brion, da buon nume tutelare dell’industria nazionale, esprimendo il genius loci italiano (prendo spunto dal lessico dell’architettura), a un certo punto dello sviluppo della sua azienda, si preoccupa, come recita il titolo del saggio sulla sua opera riportato nella bibliografia, di andare oltre al progetto di prodotto, iniziando con intuizione geniale a progettare l’emozione complessiva legata all’utilizzo del prodotto.

Il radiofonografo Brionvega contestualizzato in un ambiente vintage/mid-century

I punti salienti dello stile del radiofonografo sono le forme antropomorfe, vi si può trovare la parvenza di un volto nell’unità centrale e la parvenza di un corpo nell’intera costruzione del mobile, se non di un essere vivente, quantomeno quella di un ipotetico robot, delle finiture che senza voler essere sciovinisti, possiamo tranquillamente dire che testimoniano lo stile del saper-fare italiano, dei particolari di pregio assoluto, come il telaio di metallo pressofuso, una grande versatilità dell’impianto, che può essere conformato in diverse forme, testimone anch’esso dell’ecletticità del nostro design, e un dettaglio molto sfumato, ma importantissimo, che nel radiofonografo in analisi, il giradischi utilizzato come mero particolare costruttivo è lo stesso che in tutto il mondo viene considerato un componente hi-fi di pregio a se stante, negli originali un Dual o un Garrard, negli attuali un Pro-ject, piegati in questo caso a semplici parti di un insieme di importanza e impatto infinitamente superiori.

Il Radiofonografo è composto da tre corpi in faesite (gli esemplari odierni si presume in MDF o multistrato) con laminato riportato, più comunemente essenza noce Canaletto, ma non mancano esemplari bianchi, come quello appartenuto a Bowie (oggigiorno anche rossi e arancioni) ed è fissato mediante quattro viti metriche un piedistallo in alluminio su rotelle sferiche per spostarlo agevolmente nell’ambiente in cui verrà collocato. L’elemento principale di forma rettangolare comprende i dispositivi d’uso, con ai lati le casse acustiche che alloggiano i trasduttori, progettati in modalità a sospensione pneumatica. I due corpi laterali possono essere staccati e posizionati sia lateralmente che sul blocco centrale, o anche alternati: questa è stata una delle caratteristiche, assieme al basamento su ruote, e al corpo centrale che richiama i tratti di un viso, volute dai F.lli Castiglioni per rendere l’re-126 versatile e ludico.
I dispositivi d’uso consistono in due commutatori rotanti con scala semicircolare, per la selezione della sintonia AM (da 160 a 320KHz per OM e da 520 a 1600KHz per OL) e FM (da 88 a 104 MHz), con, al centro, un indicatore di sintonia a bobina mobile, un commutatore di gamma e di funzione a tastiera (OM, OL, MF, MF/ST, FONO, FONO/ST,CAF, REGISTR), cinque selettori rotanti per la regolazione di bassi, acuti e bilanciamento, volume e livello,
All’interno vi è alloggiato l’amplificatore costituito da 33 transistor, 20 diodi, un raddrizzatore a ponte al selenio. Sono presenti due antenne incorporate per AM ed FM.
Sopra all’elemento principale è collocato nella maggior parte dei casi, come in quello qui presentato, un giradischi Dual talvolta dotato cambiadischi, ma non in questo esemplare e con cambio automatico a quattro velocità e testina in ceramica. Il giradischi è coperto e protetto da un coperchio apribile in plastica fumè. Spesso questo coperchio è deteriorato o mancante, ma fortunatamente l’esemplare in oggetto ne è dotato di un pezzo perfetto.
Sul lato posteriore dell’apparecchio sono presenti tre fessure lunghe e rettangolari. L’ultima sulla destra ha al suo interno una grande rotella dentata in plastica nera che sporge dalla fessura per la regolazione dell’antenna AM.

Il Brionvega rr-126 pronto per un test d’ascolto coi dischi-prova della Technics

Scheda tecnica:

  • Sintonizzatore radio MF con banda da 87 a 105 MHz
  • Sintonizzatore OM da 520 a 1620 KHz
  • Sintonizzatore OL da 150 a 340 KHz
  • Sintonizzatore FM da 100 a 104 MHz
  • Amplificatore integrato da 20+20W
  • Frequenze riprodotte da 30 a 20.000 Hz
  • Rapporto segnale/rumore > 75 dB
  • 2 ingressi audio DIN per sorgenti esterne
  • 1 uscita audio DIN
  • 1 connessione audio per il collegamento a radiodiffusione
  • 1 uscita audio preamplificata su jack da 3,5 millimetri
  • Altoparlanti a sospensione pneumatica 8 Ohm
  • Alimentazione interna mediante alimentatore 125-160-220v
  • Fusibili posteriori da 2,5A (2 pz), 1A e 0,4A

Componenti montati di altri costruttori:

  • Giradischi Dual 1214 con trazione a puleggia, 33/45 e 78 giri, partenza e ritorno automatici. In alternativa Garrard 2035 T
  • Testina Dual CDS 660 a magnete mobile sensibilità max 10 mV. In alternativa testina Garrard
  • Cambiadischi Dual a 4 velocità (presenti due perni cambiadischi, sia per dischi con foro centrale da 5mm che da 30mm)
  • Il modello in vendita viene corredato di sintonizzatore per web/digital radio (con funzionalità Spotify streaming) Dual mod. IR 3A per aggiornarlo alle ultimissime sorgenti musicali.

Caratteristiche costruttive:

  • Numero di serie: 1106841
  • Dimensioni 1212x649x362mm, mobile assemblato a mano in faesite ricoperta di laminato laccato noce Canaletto o bianco panna con profili color tabacco
  • Piedistallo forgiato in alluminio anodizzato con appoggio a terra su ruote
  • completamente ricondizionato, nel piatto e nella parte amplificatrice
  • cappetta copripolvere giradischi presente e in condizioni perfette
  • prezzo: 6900€ (condizioni del mobile VG+)

Pannello anteriore:

– Indicatore potenza della portante
– Indicatore verde stazione stereo
– Indicatore rosso accensione

– Manopole:

  • Regolazione frequenza (MF)
  • Regolazione frequenza (MA)
  • Regolazione bassi
  • Regolazione acuti
  • Regolazione bilanciamento
  • Regolazione volume
  • Regolazione livello (basso, alto)

– Pulsanti:

  • Int.
  • MA
  • MF
  • MF/St
  • Fono
  • Fono/St
  • Caf.
  • Registr.

Pannello posteriore:

  • Registratore: presa DIN a 5 pin
  • Filodiffusione: x2 prese RCA
  • Destro (6 Ω): presa punto-linea per altoparlante destro
  • Fus (2.5 A. Ist.): portafusibile
  • Antenna MF: presa per il collegamento dell’antenna MF
  • Fus (2.5 A. Ist.): portafusibile
  • Sinistro (6 Ω): presa punto-linea per altoparlante sinistro
  • Antenna MA: presa per il collegamento dell’antenna MA
  • Cambia tensioni: 125/160/220
  • Fus. (0.4 A. Rit.): portafusibile
  • Antenna MA orientabile

BIBLIOGRAFIA:

Il design dei Castiglioni, Ricerca sperimentazione metodo – Dario Scodeller – Corraini Edizioni

Brionvega, progetto l’emozione – Decio Giulio Riccardo Carugati – Electa Mondadori

La scheda del Radiofonografo rr-126 Brionvega appartenuto a David Bowie e andato in asta da Sotheby’s

Di seguito i tre lotti di oggetti di design e opere d’arte battuti all’asta “Bowie collezionista” tenutasi da Sotheby’s l’ 11/11/06:

Mentre questo slideshow è parte della serie di oggetti battuti all’asta, tra cui ovviamente, anche il Radiofonografo rr-126 di Brionvega

P.s.: tra gli aspetti salienti della storia del commendator Brion, vi è la sua particolarissima sepoltura in terra natia a San Vito di Altivole, ove sorge nel cimitero comunale un mausoleo progettato dall’architetto Carlo Scarpa (e ove anch’egli dorme il sonno dei giusti) voluto dalla moglie Onorina dopo la dipartita di Giuseppe, e in cui oggi giace anche lei: la celebre “Tomba Brion”, considerato il capolavoro dell’architetto veneziano. Elemento di tale pregio che in questa sede vi accenno solamente e che sarà con tutta probabilità trattato in un apposito articolo, nella sezione “mete” di questo tumblelog.

Nicola Guiducci, il Plastic e Milano

Questa volta vi parlo tanto dell’eclettismo in discoteca, un dj e i suoi set dovrebbero avere un andamento e un excursus basati sulla varietà ovunque, viste le molteplici vibrazioni che ci può offrire la musica (ma abbiamo anche prestigiosi esempi opposti, come l’offerta musicale di Marco Bellini e Moka dj ad esempio).

Qui però voglio completare il quadro del panorama nazionale, una volta compiuto anche il più impegnativo, quello sulla scena romagnola.

Ma l’obiettivo di questa domenica è deciso: dare lo spazio al personaggio, al locale da lui realizzato, e non di meno spendere alcune parole sulla città che lo ha accolto e che tanta parte ha del suo successo, come di quello di tutte le persone che vi hanno transitato occupandosi di argomenti più o meno immateriali: arte, musica, moda, spettacolo, design, e chi più ne ha più e metta!

La sua storia è quella di uno dei tanti che dalla provincia italiana è passato a Milano, definita a suo tempo “la capitale morale” dell’Italia, ma che a oggi ne risulta la capitale economica e per molti aspetti culturale, certamente a livello contemporaneo distilla il meglio che esportiamo all’estero.

Da Pistoia arriva alla fine degli anni ’70 e nel 1980, assieme a Lucio Nisi (recentemente venuto a mancare) che ne era il proprietario, nella storica sede di Viale Umbria apre il sipario di questo locale diventato nel corso degli anni celebre anche oltre confine. Il fil rouge del locale è l’eclettismo, di cui Guiducci alla consolle ne rappresenta appieno il significato, con selezioni musicali spiazzanti ma molto apprezzate dal suo pubblico, il resto è un’accorta strategia di marketing potremmo dire – trattandosi di Milano – scenografie sottilmente ricercate, code all’ingresso vere o costruite, selezione del pubblico, una clientela molto variegata, un clima gay-friendly, come è d’obbligo nei migliori locali di tendenza, e forse in più rispetto agli altri locali che si stanno facendo strada in Italia, diventa nota la frequentazione da parte di star del jet-set internazionale: si narra vi siano transitati, tra gli altri, Keith Haring, Grace Jones, Madonna, Elton John, Elio Fiorucci, Andy Warhol, Freddie Mercury, e questo ha certo influenzato positivamente la fama del locale. Dal 2012 la sede è stata spostata in via Gargano in un vecchio immobile adattato fin da prima dell’arrivo di Nisi e Guiducci a discoteca, sempre a Milano, e la storia continua …

Dovendo tirare le somme delle poche righe scritte su questa realtà di cui, per chi volesse approfondire, sono già stati scritti libri interi e girati documentari, dobbiamo dire che si tratta del classico caso in cui la persona giusta, Guiducci, dalle capacità e dai trascorsi non comuni (uno dei pochi credo che girasse l’Italia e l’Europa da ventenne negli anni ’70), incontra altre persone giuste, Elio Fiorucci, i fratelli Nisi e negli anni Rosangela Rossi e Sergio Tavelli (d’altronde la vita è l’arte dell’incontro), si trova nel momento giusto, in Italia nei primi anni ’80 il clubbing di qualità è tutto da inventare, e peraltro in un cocktail esplosivo, pure nel posto giusto: Milano!

Perché il posto giusto?! Perché pur essendo veri tutti i parametri sopra riportati (e sennò non li avrei scritti, no?!), è di primaria importanza il contesto dove si opera, credo solo Milano potesse offrire la piazza della moda e dei suoi registi (Fiorucci), l’esplosione delle tendenze che avrebbero poi preso piede in tutta la nazione (i paninari, poi magari spiegheremo che c’entrano col Plastic), le persone giuste, quelle sia da una parte che dell’altra dell’ipotetico “banco” del Plastic, dove serviva sì un DJ/art director che avesse in se le prerogative sia di un Leo Mas che di un Vasco Rigoni, un amministratore, anch’egli da fuori Milano, Nisi, che avesse le stesse abilità di un Bellinato, ma anche di un pubblico, che rispetto a quello che si poteva trovare nella riviera adriatica, sia a Jesolo che a Riccione, composto prevalentemente di teen-ager in vacanza (ma anche di punter che “militavano” in questi locali anche d’inverno a onor del vero), nella città meneghina poteva e può contare oltre che sulle star del jet-set internazionale sopra citate, anche su un pubblico di tendenza fatto di designer, stilisti, art-director, modelle, artisti e musicisti, fashion victims e chi più ne ha più ne metta, come non è possibile ritrovarne tali e tanti in nessun altra città italiana, Capitale compresa. Prova ne è che il Kinki di Bologna, per fare un esempio, pur avendo tutte le carte in regola del locale di tendenza centralissimo, una militanza coerente tanto come quella del Plastic, una direzione artistica e musicale all’altezza e una data di apertura anche precedente, non è mai riuscito a superare una fama provinciale, forse regionale, a causa del respiro ahimè non internazionale della città rossa, anche se al suo interno, detto da chi ci è vissuto e l’ha frequentata per anni, c’è, o almeno c’era, un fermento invidiabile per qualsiasi metropoli occidentale.

Ah, a proposito di paninari, che c’entrano direte voi con la storia del Plastic?!

C’entrano eccome, se pensiamo che sono loro, dopo i precedenti importati dall’estero dei decenni passati (beat e mod per citarne un paio), la sottocultura che partendo questa volta da Milano propaga in tutta Italia e all’estero, lo stile di vita oltre che estetico di stampo italiano: look accurato e un’attenzione maniacale a tutti gli aspetti comunicativi, dallo slang alla moto e all’auto, dai dettagli alle scelte di come trascorrere il tempo, dando ai giovani di tutto lo stivale negli anni a venire una nuova consapevolezza, che alla fine siamo sempre noi, figli del Belpaese a dover fare da avanguardia in tutto l’occidente per quanto riguarda stile e divertimento, nel look, come nella musica e nelle arti in genere!

Per chi è arrivato fin qua, come al solito merita un premio, il documentario sul Plastic a cura di Simona Siri, che intervistando gli insider della “ditta”, tra cui Guiducci, Nisi e Fiorucci, ci spiega perfettamente l’origine e l’evoluzione di questa storia meneghina:

Bibliografia:

This is Plastic – Elio Fiorucci, Nicola Guiducci, Lucio Nisi – Echo Communication