L’ascesa dell’house-music nella Riviera romagnola

Era naturale, dopo aver raccontato la nascita del fenomeno House-Techno a Ibiza e nel nord-est italiano, pubblicare un articolo sui prodromi di questa avventura e menzionare i locali di riferimento anche su un’altra area importantissima a livello europeo per la cultura del clubbing che ha generato e anche per la la dimensione del fenomeno: la Riviera romagnola.

La celebre serie di indicazioni per i locali di Riccione

Oltre a questo, è la zona tra le tre che ho maggiormente frequentato negli anni ’90, complice la scelta in quel periodo di risiedere a Bologna, perciò è una situazione che ho conosciuto in profondità.

L’equivalente dell’accoppiata Movida/Ranch qua in Emilia fu l’Ethos-Mama Club/Diabolik’a, locali fondati da Gianluca Tantini in collaborazione con Maurizio Monti, delle pettegoliere (Sabrina Bertaccini e Mara Conti) per le relazioni pubbliche, e di Flavio Vecchi e Ricky Montanari per il sound. Questi due furono i locali ove vi fu la netta cesura tra un sound piuttosto condiviso in tutte le discoteche italiane dell’epoca (sembra incredibile oggi, ma fino ad allora si ballava Den Arrow e Spagna, qualche reminiscenza del Cosmic sound arrivata in tutte le periferie, Tracy Spencer e Jimmy Sommerville, Depeche Mode persino i Pink Floyd con The Wall, canzonette come Da-Da-Da dei Trio, Sunshine reggae dei Laid Back e amenità come queste). Quindi immaginiamo i nuovi DJ portarci fuori non senza difficoltà da un suono senza alcuna pretesa di innovazione e di ricercatezza a uno che rimbalzava in Italia coi modi che abbiamo raccontato in altri articoli e che Flavio Vecchi ci racconta in questa preziosa intervista, ovvero andando in esplorazione a Londra (lui ma anche Cirillo e Ricky Montanari, come anche Ralf a New York) come un moderno trappeur e portando a casa il sound più innovativo proveniente dalle due sponde dell’atlantico.

Sarebbe ingiusto stabilire una graduatoria di chi abbia aperto prima, se a Jesolo o in riviera romagnola, in quanto se in Veneto si esordì al mare da metà ’89, è pur vero che i party con la stessa formula erano già stati lanciati tempo prima al Macrillo a Gallio, mentre per quanto riguarda la situazione emiliana, prima che partissero i locali sopra citati, era già da tempo che Vecchi proponeva un certo stile già al Kinki a Bologna, rimasto per anni il riferimento per la musica di ricerca e l’atmosfera “di tendenza” in città, durante la stagione invernale. Quello che possiamo dire, è che ognuna di queste due costiere ci è arrivata indipendentemente e con una propria storia.

Qui l’intervista di Flavio Vecchi pubblicata pochi giorni fa:

La differenza tra le due regioni in generale, da quello che ho esperito personalmente è ancor più profonda di questa piccola disputa su chi abbia lanciato in Italia la tendenza e attiene a un carattere generale differente, probabilmente per profonde ragioni storiche. Il Veneto è piuttosto dicotomico, nonostante abbia avuto il dominio della Serenissima, piuttosto liberale quando non libertino, per secoli, con ogni probabilità dopo l’Unità è stato soggiogato dal Vaticano avendo attecchito particolarmente bene un fenomeno definito “cattolicesimo intransigente”, e nel dopoguerra divenendo grande serbatoio per la D.C. In compenso chi si chiamava fuori dal contesto erano personaggi veramente trasgressivi, uno su tutti l’art director del Macrillo, Vasco Rigoni. In Emilia-romagna invece è storica l’opposizione al Vaticano, da molto prima dell’avvento del socialismo, e qui il fenomeno del divertimento notturno ha trovato un tessuto molto più fertile, con un territorio già da decenni predisposto; si pensi a Tantini, già da prima dell’era house coinvolto nel mondo musicale come organizzatore di concerti, ma si pensi soprattutto alla scena musicale bolognese, con Dalla, Guccini, Rossi, gli Stadio, Cremonini, Carboni, Neffa…

In effetti la mia esperienza personale mi ricorda Jesolo come patria di discoteche fantastiche, ma scenari un po’ “post-atomici”, con gente che prendeva le 12 ore come una missione di guerra, molto impostate e un filino snob nei confronti di chi aveva gusti più popolari (non ignari di star esercitando un atteggiamento trasgressivo rispetto alle prerogative del territorio), l’Emilia Romagna invece presentava un popolo di punter nostrani molto più rilassati (polleggiati si sarebbe detto da quelle parti), quasi ci fosse una consapevolezza che la vita notturna che stavano facendo era in fin dei conti nient’altro che l’evoluzione nel solco della propria tradizione popolare. Basta vedere in successione questi documenti di due epoche successive per capire come la “tendenza” in Romagna fosse la prosecuzione del dancing/discoteca tradizionale e ancor prima della balera, o come ci ricorda Casadei, dell’aia contadina:

Al riguardo si narra che la decisione di aprire un after-hour da parte della ballotta dell’Ethos fosse dovuta al fatto che abitualmente Monti e combriccola erano soliti tirare mattina dopo la nottata in discoteca in vari locali (tradizione mantenuta gli anni a venire, con grande afflusso di gente al Lucky Corner dopo la serata in disco e prima dell’after), ma evidentemente insoddisfatti dell’offerta, decisero di aprire loro un altro locale dove ritrovarsi con chi voleva fare più tardi, ma forse più tra cappucci e cornetti che non tanto in pista.

Per chi volesse vedere com’era il Vae Victis, una perla dalle teche RAI

Oltretutto, da questo punto di vista, sempre parlando dei due locali pionieri, Ethos Vs Movida, va detto che nonostante fossero grosso modo gli stessi i successi dell’epoca, Tricky Disco, Pacific State, Your Love, French Kiss, A Path, etc, le scalette erano declinate in modo notevolmente differente nei due club: l’Ethos con un sound più morbido e rilassato (con molto più cantato), caratteristica che con l’eccezione della piramide del Cocco sarebbe rimasta negli anni a venire; il Movida aveva un sound più duro (con molto più dub), pilotato dalle contaminazioni anarco-punk EBM/death-rock/Industrial di Leo Mas, che perfettamente allineato al carattere della clientela jesolana, abbiamo detto più rigido e molto meno gay-friendly, sarebbe rimasto cifra stilistica negli anni successivi, col Musikò, l’Asylum di Moka DJ (locale gabber), la successiva gestione Aida delle Capannine con Marco Bellini in consolle (“allievo” della Triade) e l’Exess.

Locali necessariamente da menzionare in una storia notturna della riviera romagnola sono oltre a quelli già citati: Cocoricò, Peter Pan, l’Echoes (nato dalla necessità di trasferire la situazione dalle Marche alla più libertaria Romagna, a causa degli stessi problemi avuti col Movida nel Veneto, di far accettare alla popolazione più adulta e all’amministrazione questo nuovo fenomeno), l’Ecu, il Classic Club – che ha avuto un po’ lo stesso destino del Kinki, prima locale gay, poi after-hour -, il Cellophane, il Byblos, il Pasha e gli after, il Diabolik’a (poi Vae Victis e successivamente Echoes) e Il Club dei 99 a Gradara.

In Emilia-Romagna i protagonisti erano altri rispetto ai DJ superstar del Veneto e vi fu poco scambio, salvo una residenza di Andrea Gemolotto al Cocoricò nei primi anni ’90, il tentativo messo in atto (con discreto successo tra l’altro) di chiamare un breve periodo Flavio Vecchi al Movida nel ’91 e successivamente come resident dj Massimino Lippoli, Angelino Albanese, Pier Del Vega e Stefano Noferini, di stanza normalmente in Romagna, al Musiko e al Gilda di Jesolo nelle stagioni ’92/93. Anche Leo Mas finì una stagione al Pascià la domenica sera, per il resto, in quello che a un certo punto venne definito il “divertimentificio” i big sono sempre rimasti Ralf, saldamente al comando del Titilla per circa vent’anni, Vecchi e Montanari, Ricci, i Pasta boys (Rame, Uovo, Dino Angioletti) e Ivan Iacobucci oltre al già citato Massimino.

Tanto per completare sommariamente il quadro, fuori da qui ci furono sporadicamente altri locali, nei dintorni di Ferrara Il gatto e la volpe, Il Mazoom di Sirmione, L’Alter Ego a Verona, La scala e il Kink Light a Padova e il Go! Bang a Fossalta di Portogruaro, il Kinki a Bologna, il Plastic a Milano e più tardi il Flash ad Aquileia. In centro Italia una certa importanza la ebbero il Red Zone, il Fitzcarraldo, Il Devotion (sì, il nome è preso dal pezzo dei Ten City dell’album Foundation).

Andava fatta questa “mappa” per rendere chiara l’area in cui si sviluppava il fenomeno nella penisola italiana, con un’appendice se vogliamo a Ibiza, in particolare coi locali Pacha, Amnesia, Ku (in seguito Privilege) e lo Space after hour.

Come di consueto, per coloro che arrivano alla fine degli articoli c’è il premio, in questa occasione la segnalazione di un canale Youtube del celebre New York Bar! non si capisce se il nickname “Fabjazzlive” si riferisca a Fabio S, art director del primo after-tea d’Italia, un successo partito nell’autunno ’95 sui colli bolognesi al Vertigo, con Ivan Jacobucci in consolle supportato da Marco Spinelli, in cui confluivano tutto il pubblico e tutti i pr delle altre situazioni del sabato sera emiliano e oltre; locale in cui si ricreò, forse per l’ultima volta, quel clima particolare in cui chi c’è, sente di trovarsi all’interno di un momento magico, un po’ come all’epoca il Movida e l’Ethos. Qui è durato il tempo di una stagione: il successivo trasferimento estivo al Pascià di Riccione non è stato memorabile, mentre la successiva stagione invernale al Ruvido è stata purtroppo prioprio fallimentare. L’estate successiva a La Villa Delle Rose, sempre in riviera romagnola nemmeno, poi so solo che il brand “New York Bar” è stato trasferito a Milano per qualche stagione, indice dell’hype raggiunto in tutto il nord-Italia, ma da allora in poi non l’ho più seguito personalmente. In questa pagina Youtube ci sono molti filmati della prima stagione, tra cui oltre alle pregevoli ospitate di Barbara Tucker e Ce Ce Rogers (ricordo come fosse ora la sua versione di “Promise Land”) si vede, in quello che pubblico, uno spezzone della chiusura della prima stagione, oltre a Ettore del Docshow in apertura (allora p.r. proprio all’after-tea), una delle scene più memorabili: in quella serata, caratterizzata da un’eccitazione palpabile, due donne che ballavano sui cubi davanti alla consolle, esibivano continuamente il seno, costringendo Fabio S ad andare di persona a ricoprirle, tra le risate generali. Uno dei tanti indici dell’atmosfera confidenziale che si era creata quella stagione irripetibile tra le mura del Vertigo:

Bibliografia:

An history of Cocoricò (Riccione) in English

Infine, il docufilm a firma di Luca Santarelli che dovrebbe dare il definitivo racconto di quest’epopea:

Blue System – Jet Set

Nel raccontare con parole e immagini del primo ingresso di questo brand in Italia, al termine dell’articolo vi informerò anche di un’interessante novità:

Si tratta di uno spin-off di un allora piccolo marchio svizzero, partito a fine anni ’60 dall’esclusiva Saint-Moritz, che dopo essere stata attiva i primi anni come boutique con una proposta piuttosto radicale nel contesto della stazione sciistica (capi di seconda mano e stile hippy), negli anni successivi ha implementato la proposta con una propria collezione di abbigliamento da sci e successivamente ha lanciato l’etichetta Blue-System, che ha avuto una stagione molto breve in Italia a cavallo tra anni ’80 e ’90. La diffusione a quanto ne so è stata molto localizzata (se qualcuno ne sapesse di più, come sempre sono ben gradite le indicazioni da parte di chi legge, poste come minimo con garbo e ancor meglio se con simpatia), mi verrebbe da dire nell’alto Veneto, ma credo che in zone come Bolzano o la Bergamasca possa aver avuto un ottimo riscontro, certamente fu Belluno la roccaforte, complice l’allora boutique di tendenza Za che propose questo marchio fin dalla leggendaria collezione di jeans noti per il dettaglio delle tasche posteriori “a soffietto”: ovvero nell’intenzione dei fashion designer dell’epoca di proporre un capo dal generale orientamento street-chic, l’idea è che avesse un appeal “rilassato”, impostazione over-size, ovvero vita e gamba larga e lunghezza contenuta, costringendo a portare il capo arricciato in vita, con grandi gambe dritte, probabilmente prendendo dal mondo hip-hop con una declinazione dance-oriented, e in questo anche le tasche erano “over-sized”, riportate poi ai bordi standard plissettando leggermente il pezzo di stoffa durante la cucitura. La soluzione era una genialata nel suo piccolo, consentendo di ottenere una tasca molto capiente dove calare poderosi portafogli che tanto piacevano ai teen-ager, magari nella versione con catena da attaccare a un passante, per un’idea di un proprietario pronto ad affrontare i peggiori quartieri malfamati! Il lavaggio era un delavè al limite del bleached, ai fini di dare un immagine al capo di una storia alle spalle che avesse molto da raccontare, nottate infinite tra discoteche, afterhour e rave.

I Blue System con tasche a soffietto

BRAND: JET-SET
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: BLUE SYSTEM
PRODUCT ID: 3
FIT: LARGE
MADE IN: ITALY
SIZE: M
YEAR: 1990
CONDITION: GOOD, THE ONE ON THE BACK ISN’T A SPOT, IT’S A CAMERA DEFECT
COLOUR: BLEACHED, LIGHT 
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES 
SPECIAL FEATURE: FOLDING POCKETS ON THE BACK, FIT LARGE
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €149

E il risultato di questa proposta fu esplosivo, nelle aree ristrette in cui fu presentato questo brand. Probabilmente la Jet-Set pagava lo scotto di essere una piccola azienda svizzera appena affacciata nel panorama internazionale, e in particolare nel tentativo di penetrare nella nostra penisola, l’impresa era quella di Davide contro i Golia del fashion mondiale!

Ai jeans, che erano il capo principale e che andarono evolvendo nel corso dei semestri successivi, facevano seguito altri capi casual: primariamente felpe – mozzafiato – caratterizzate dal logo dei leoni rampanti declinato in varie grafiche, emblemi presi dall’usanza medievale nordeuropea di riportare tale blasone sulle armi, per dare una connotazione battagliera di chi indossava questi capi. Capi dalla portabilità comoda anch’essi; più marginalmente il marchio Blue System proponeva dei bomber – ovviamente – in varie colorazioni, con varie grafiche, spesso a tutta larghezza riportate sulla schiena e vari dettagli, talvolta metallici, a confermare questa immagine di “corazza” per gli eventi più caldi dei teen-ager che li avrebbero indossati.

Grafica tratta dal retro di una felpa, tra medioevo e psichedelia: un Mad Max in acido!

Va detto che questi ultimi hanno avuto qui in Italia una penetrazione molto superficiale rispetto ai jeans – che si presentavano molto più minimali e quindi più adatti ai nostri canoni stilistici – per felpe e soprattutto giubbotti; in Italia, la madrepatria mondiale dello stile, si preferivano capi più raffinati ove prevaleva la ricerca stilistica nel tessuto e nel taglio, e dove il marchio, dopo la sbornia paninara, aveva un understatement molto maggiore, fino ad essere arrivato negli anni successivi, dopo al declino stesso della Blue-System, a sparire totalmente.

Sono venuto a sapere, che al contrario in centro e nord Europa la Blue-System ha avuto un successo anche maggiore che da noi, quantomeno nel mondo hooligan, ove quella simbologia e quella semiotica nei bomber e nelle mantelle sono riuscite ad attecchire perfettamente nelle aspettative del pubblico che si scalmanava negli stadi.

La novità di questi ultimi giorni è che dopo anni di oblio, la Jet Set sta sviluppando il rientro nel mercato per la prossima stagione primavera-estate 2020 del brand Blue-System, con una nuova linea di jeans a cura dello stilista Michael Michalsky, che andranno, a quanto pare dalle premesse, a sfruttare l’heritage del glorioso passato nell’abbigliamento street/casual con posizionamento elevato. Se sarà proporzinato a quello del primo lancio, prepariamoci a degli standard molto esclusivi, si pensi che a suo tempo un altro degli elementi di rottura azzeccato dalla Jet-Set fu proprio il posizionamento molto sfacciato: mentre un Levi’s, riferimento assoluto all’epoca veniva venduto al pari di un italianissimo El-Charro a circa 80.000 lire, di circa diecimila maggiore a un onestissimo Uniform o Americanino (e la Diesel allora ancora lungi dallo sfondare venisse anche meno), i Blue-system venirono proposti all’arrogante prezzo di 150.000 lire (completamente fuori dal normale ambito casual e probabilmente anche più caro di un pantalone elegante) prezzo che fu la croce dei punter, che a costo di immani sacrifici, dovevano nel loro sentire procurarseli a tutti i costi a completare il look togo per affrontare le dodici ore dei sabato sera, e la gioia dei teen-ager figli dei genitori più ricchi, che grazie al facile espediente del prezzo come confine tra loro e i figli della gente comune, potevano distinguersi dagli altri ancor maggiormente che nelle passate stagioni stilistiche.

FELPA – SWEATSHIRT:

BRAND: JET-SET
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: BLUE SYSTEM – LION
PRODUCT ID: 4
FIT: REGULAR
MADE IN: ITALY
SIZE: M
YEAR: 1990
CONDITION: GOOD
COLOUR: BRICK RED 
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES 
SPECIAL FEATURE: PSYCHEDELIC MIDDLE-AGE LION ON THE BACK
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €89

Per chi desiderasse andare sul nuovo, è freschissima la notizia del lancio, dopo oltre venticinque anni dalle ultime linee arrivate nei negozi, della nuova collezione Blue System di Jet Set, qui sotto il link per il negozio on-line:

Blue System Spring-Summer 2020

Nicola Guiducci, il Plastic e Milano

Questa volta vi parlo tanto dell’eclettismo in discoteca, un dj e i suoi set dovrebbero avere un andamento e un excursus basati sulla varietà ovunque, viste le molteplici vibrazioni che ci può offrire la musica (ma abbiamo anche prestigiosi esempi opposti, come l’offerta musicale di Marco Bellini e Moka dj ad esempio).

Qui però voglio completare il quadro del panorama nazionale, una volta compiuto anche il più impegnativo, quello sulla scena romagnola.

Ma l’obiettivo di questa domenica è deciso: dare lo spazio al personaggio, al locale da lui realizzato, e non di meno spendere alcune parole sulla città che lo ha accolto e che tanta parte ha del suo successo, come di quello di tutte le persone che vi hanno transitato occupandosi di argomenti più o meno immateriali: arte, musica, moda, spettacolo, design, e chi più ne ha più e metta!

La sua storia è quella di uno dei tanti che dalla provincia italiana è passato a Milano, definita a suo tempo “la capitale morale” dell’Italia, ma che a oggi ne risulta la capitale economica e per molti aspetti culturale, certamente a livello contemporaneo distilla il meglio che esportiamo all’estero.

Da Pistoia arriva alla fine degli anni ’70 e nel 1980, assieme a Lucio Nisi (recentemente venuto a mancare) che ne era il proprietario, nella storica sede di Viale Umbria apre il sipario di questo locale diventato nel corso degli anni celebre anche oltre confine. Il fil rouge del locale è l’eclettismo, di cui Guiducci alla consolle ne rappresenta appieno il significato, con selezioni musicali spiazzanti ma molto apprezzate dal suo pubblico, il resto è un’accorta strategia di marketing potremmo dire – trattandosi di Milano – scenografie sottilmente ricercate, code all’ingresso vere o costruite, selezione del pubblico, una clientela molto variegata, un clima gay-friendly, come è d’obbligo nei migliori locali di tendenza, e forse in più rispetto agli altri locali che si stanno facendo strada in Italia, diventa nota la frequentazione da parte di star del jet-set internazionale: si narra vi siano transitati, tra gli altri, Keith Haring, Grace Jones, Madonna, Elton John, Elio Fiorucci, Andy Warhol, Freddie Mercury, e questo ha certo influenzato positivamente la fama del locale. Dal 2012 la sede è stata spostata in via Gargano in un vecchio immobile adattato fin da prima dell’arrivo di Nisi e Guiducci a discoteca, sempre a Milano, e la storia continua …

Dovendo tirare le somme delle poche righe scritte su questa realtà di cui, per chi volesse approfondire, sono già stati scritti libri interi e girati documentari, dobbiamo dire che si tratta del classico caso in cui la persona giusta, Guiducci, dalle capacità e dai trascorsi non comuni (uno dei pochi credo che girasse l’Italia e l’Europa da ventenne negli anni ’70), incontra altre persone giuste, Elio Fiorucci, i fratelli Nisi e negli anni Rosangela Rossi e Sergio Tavelli (d’altronde la vita è l’arte dell’incontro), si trova nel momento giusto, in Italia nei primi anni ’80 il clubbing di qualità è tutto da inventare, e peraltro in un cocktail esplosivo, pure nel posto giusto: Milano!

Perché il posto giusto?! Perché pur essendo veri tutti i parametri sopra riportati (e sennò non li avrei scritti, no?!), è di primaria importanza il contesto dove si opera, credo solo Milano potesse offrire la piazza della moda e dei suoi registi (Fiorucci), l’esplosione delle tendenze che avrebbero poi preso piede in tutta la nazione (i paninari, poi magari spiegheremo che c’entrano col Plastic), le persone giuste, quelle sia da una parte che dell’altra dell’ipotetico “banco” del Plastic, dove serviva sì un DJ/art director che avesse in se le prerogative sia di un Leo Mas che di un Vasco Rigoni, un amministratore, anch’egli da fuori Milano, Nisi, che avesse le stesse abilità di un Bellinato, ma anche di un pubblico, che rispetto a quello che si poteva trovare nella riviera adriatica, sia a Jesolo che a Riccione, composto prevalentemente di teen-ager in vacanza (ma anche di punter che “militavano” in questi locali anche d’inverno a onor del vero), nella città meneghina poteva e può contare oltre che sulle star del jet-set internazionale sopra citate, anche su un pubblico di tendenza fatto di designer, stilisti, art-director, modelle, artisti e musicisti, fashion victims e chi più ne ha più ne metta, come non è possibile ritrovarne tali e tanti in nessun altra città italiana, Capitale compresa. Prova ne è che il Kinki di Bologna, per fare un esempio, pur avendo tutte le carte in regola del locale di tendenza centralissimo, una militanza coerente tanto come quella del Plastic, una direzione artistica e musicale all’altezza e una data di apertura anche precedente, non è mai riuscito a superare una fama provinciale, forse regionale, a causa del respiro ahimè non internazionale della città rossa, anche se al suo interno, detto da chi ci è vissuto e l’ha frequentata per anni, c’è, o almeno c’era, un fermento invidiabile per qualsiasi metropoli occidentale.

Ah, a proposito di paninari, che c’entrano direte voi con la storia del Plastic?!

C’entrano eccome, se pensiamo che sono loro, dopo i precedenti importati dall’estero dei decenni passati (beat e mod per citarne un paio), la sottocultura che partendo questa volta da Milano propaga in tutta Italia e all’estero, lo stile di vita oltre che estetico di stampo italiano: look accurato e un’attenzione maniacale a tutti gli aspetti comunicativi, dallo slang alla moto e all’auto, dai dettagli alle scelte di come trascorrere il tempo, dando ai giovani di tutto lo stivale negli anni a venire una nuova consapevolezza, che alla fine siamo sempre noi, figli del Belpaese a dover fare da avanguardia in tutto l’occidente per quanto riguarda stile e divertimento, nel look, come nella musica e nelle arti in genere!

Per chi è arrivato fin qua, come al solito merita un premio, il documentario sul Plastic a cura di Simona Siri, che intervistando gli insider della “ditta”, tra cui Guiducci, Nisi e Fiorucci, ci spiega perfettamente l’origine e l’evoluzione di questa storia meneghina:

Bibliografia:

This is Plastic – Elio Fiorucci, Nicola Guiducci, Lucio Nisi – Echo Communication