Westworld – Il mondo dei robot

Quello di cui andiamo a parlare oggi non è propriamente un film sulla cresta dell’onda, anzi, se non fosse stata per una di quelle coincidenze con cui spesso e volentieri qui a “Total Rekall” facciamo un approfondimento (a breve spiegherò cos’ha a che fare la pellicola anche con il nome del sito), non sarebbe bastato il passaggio nei vari canali televisivi a permetterci di vederlo, dal momento che in TV da anni questo film latita.

Definita da qualcuno una “pellicola di serie B” (avercene di b-movies diretti da Michael Crichton), una prova “minore” di Yul Brynner, ha sì qualche aspetto da film a basso costo, una certa sbrigatività con cui si sviluppa la storia in particolare, qualche dialogo imbarazzante tra gli scienziati, i set, col pretesto di essere in villaggi-divertimento, sono inequivocabilente all’interno degli Studios di Hollywood.

Però appena parte lo sviluppo degli eventi, e in forma ancora maggiore mentre si sviluppa, si ha la netta sensazione di avere a che fare col “papà” di tutti i successivi successi sci-fi degli anni ’80!

La trama è molto semplice: una coppia di amici, impersonata da James Brolin (padre del più noto Josh) e Richard Benjamin, parte alla volta di un viaggio “artificiale” all’interno di tre mondi possibili, organizzati da una società denominata “Delos”, dal nome dell’isola greca di Delo. Questi tre mondi possibili sono l’antica Roma, dedicata più a clienti che cercano esperienze edonistiche, il medioevo, per chi ama più aspetti di costume e cavallereschi e il west del 1880, per chi è alla ricerca di una vacanza più avventurosa a base di duelli a colpi di pistola, come i due protagonisti.

Già alla partenza del viaggio, in un futuribile overcraft che porta i turisti in mezzo al deserto americano dove si trovano queste tre realtà, si ha l’impressione che questa idea abbia potuto ispirare persino “Un tranquillo week-end di paura” (Deliverance il titolo originale), e “Atto di forza” (Total Recall), dove nel primo caso l’esperienza distopica, la ricerca di un ritorno al contatto con la natura avviene nella realtà di un’enclave “redneck” americana, mentre con la seconda pellicola menzionata scomodiamo addirittura Philip K. Dick, il maestro della letteratura distopica dove i replicanti si rivoltano contro l’uomo.

Durante lo svolgimento del film, mentre tutto il gruppo di turisti si diverte parecchio e beneficia del fatto di poter approfittare dell’accondiscendenza delle macchine, che devono farsi uccidere o sedurre dai danarosi che hanno potuto accedere a questo servizio piuttosto esclusivo succede qualcosa: che le macchine, riprogrammate da altre macchine iniziano a cambiare comportamento e ad attuare una condivisa violenza rivolta contro l’uomo, che fino ad allora nel cinema era stata considerata solo da Kubrick in “2001, Odissea nello spazio”, quando il computer Hal si rivolta contro il protagonista.

Devo dire di essere arrivato a questo film, come accenavo all’inizio di questo articolo, solo per il fatto di aver scoperto che esistesse una pellicola dallo stesso nome del gruppo inglese che ha prodotto il mitico pezzo “Dreamworld“, perla delle selezioni di Leo Mas alla discoteca Movida di Jesolo. Notando che essa era precedente alla formazione, ho pensato che necessariamente avesse dovuto ispirarne il nome (in effetti l’esperienza straniante che avviene nel film è normale abbia suggestionato i produttori che stavano cercando coi loro pezzi di favorire lo straniamento dei punter nella pista da ballo nel decennio successivo).

Altra coincidenza piuttosto singolare è che sono arrivato a scoprire questo film proprio mentre terminavo un corso con l’MIT di Boston in cui venivano spiegate le opportunità e le problematiche dell’intelligenza artificiale e se ne dibattevano le possibili insidie; pensare a questo punto che ci fossero già dei pensatori come Crichton, come Dick e altri autori ancora precedenti che riflettevano su questi temi cinquant’anni or sono o ancora precedentemente fa sempre rilettere come una ristretta intellighenzia in grado di attingere a certi dati e a soppesarli con lustri di anticipo sulla gente comune.

Se dovessimo fare dei riferimenti a film più recenti, possiamo dire che ce ne sia più di uno che trae certamente ispiraizione da questo, dimostrandone il valore assoluto a discapito di quanto asseriscano i detrattori. Possiamo citare certamente Terminator, per la tematica molto simile (il cyborg a caccia di umani), Predator per certe scene (in quel caso l’extraterrestre ha un sistema di visione mandato in crisi dal camuffamento dell’umano), e appunto come dicevamo, la trama di Atto di Forza è molto similare, con gli umani che vanno alla Rekall a fare viaggi questa volta nel futuro e in altri universi, anzichè negli ambiti storici terrestri proposti dalla Delos.

Rassegna musica nel cinema 2020

Per celebrare la gioia delle sere d’estate, messa a dura prova dai divieti relativi al nuovo Coronavirus, abbiamo approntato un calendario di film e documentari legati in qualche modo, più o meno diretto, al mondo della musica e della notte.

Per variare le esperienze che verrano godute nelle sei serate, abbiamo scelto di prendere la questione da diverse prospettive, dal documentario che prende molto sul serio la questione, alla commedia surreale che scherza con le esperienze notturne new-yorkesi, precorrendo l’era degli after-hours in Italia ed Europa.

Trovate titoli di registi misconosciuti accanto a quelli di maestri della settima arte, lungometraggi recenti a fianco di opere ormai più che trentennali, insomma, senza pretesa alcuna di essere esaustivi, abbiamo messo insieme una rassegna che dovrebbe assicurare il divertimento.

Qui di seguito la “locandina” dell’evento, che si svolgerà in località segreta, che sarà comunicata ai soli che ne faranno richiesta.

Fateci sapere se la proposta vi attizza:

Calendario cinematografico 2020

Per ulteriori dettagli consultate le altre sezioni di questo tumblelog alla voce “cinema” e “musica“.

La Warp Records, il bleep ‘n’ bass e l’IDM

Quello che è accaduto nell’ultimo trentennio in tema di musica elettronica, rivolta prettamente al dancefloor o pensata per ascolti di fronte al proprio hi-fi o alla propria consolle, è certamente dato dall’interazione di innumerevoli soggetti, facenti parte di più scene, ma se dobbiamo citare un protagonista in particolare, più che a un musicista a mio avviso dobbiamo rivolgerci a un’etichetta musicale, la WARP!

Tricky Disco

Etichetta di cui venni a conoscenza nei primi anni ’90 grazie al sound della Magica Triade al Movida di Jesolo, associata alle uscite di gruppi di culto nell’ambito dance, tanto per fare qualche esempio cito qui di seguito le tracce “LFO”, “Tricky Disco” e “Testone”, non è stata la prima ad aver seguito nel mondo le evoluzioni del genere, Transmat e Trax e più ancora la Mute sono progetti specifici dell’ambito elettronico partiti prima, inoltre le grandi etichette generaliste come la EMI erano le stesse che pubblicavano fino ad allora anche i musicisti elettronici, come Jean Michelle Jarre, Brian Eno o i Kraftwerk; ma è stata la capacità di quella che era partita per un breve periodo come “Warped”, salvo poi semplificare il nome come tutti sanno per le complicazioni che all’epoca si presentavano nel pronunciare quella parola al telefono, a dare una cornice coerente, sia dal punto di vista degli artisti selezionati per il proprio roster, sia da quello dell’immagine grafica fatta di scelte cromatiche (vedi le ormai celebri copertine ed etichette apposte sui vinili dal caratteristico color malva) e di minuziose note a margine dei dischi, che portarono l’elettronica, da universo di secondo piano com’era visto dagli appassionati di musica fino ad allora, all’immagine che ne abbiamo oggi, della forma musicale che connota in modo principale la scena odierna, una volta che gli ultimi baluardi del rock, la scena grunge, sono ormai cosa di tanti decenni fa, e i tentativi di rifare il verso “enne” volte a un’ideale scena rock del passato, vedi tanto per fare qualche esempio lampante gli Strokes, gli Interpol, i White Stripes o i Franz Ferdinand, non hanno troppo convinto fino ai loro inizi. Al contrario, la musica che prevede la preponderanza di suoni elettronici, è ormai come sostiene DJ Rupture nel suo ultimo saggio “Remixing” La musica rock dell’epoca attuale, per di più un po’ in tutto il mondo, dal momento che anche nel più disperso villaggio africano un ragazzo può produrre una track al cellulare con Fruityloops.

A tale constatazione era giunto trenta anni fa Gianluca Lerici, conosciuto come Prof. Bad Trip, che nell’intervisto che ho pubblicato nell’articolo a lui dedicato, sostiene, peraltro dopo una militanza attiva in diverse formazioni punk, che dopo aver sentito le prime tracce techno e acid non riusciva più ad ascoltare la musica fatta con strumenti a corde, a fiato o a percussione, che gli suonavano – è proprio il caso di dire – desueti. Percorso analogo lo aveva fatto Leo Mas negli stessi anni, essendo stato anch’egli membro di una formazione punk, dopo aver sentito Acid Trax dei Phuture (la formazione originaria ove militava a metà anni ’80 DJ Pierre) disse che aveva avuto la netta sensazione di sentire qualcosa altrettanto dirompente del punk!

Proprio la Warp ha dato un’immagine di credibilità al genere, e a oggi i principali artisti della sua scuderia sono ormai considerati dei musicisti di riferimento a fianco di quelli più tradizionali anche all’interno delle recensioni delle principali riviste di settore, da Blow-Up, in cui le gesta di Autechre e Aphex Twin sono state seguite con attenzione fin dagli esordi, a Ondarock, passando poi per gli odierni riferimenti on-line specifici della scena elettronica (ormai il fenomeno è ribaltato: questo è il genere principale, e chi utilizza vecchi strumenti meccanici come chitarre, bassi e batterie è divenuto soggetto di nicchia nel panorama musicale odierno), da Factmag a Parkett Channel, da Pitchfork a Rockol. Solo il vecchio portale di Piero Scaruffi (all’epoca dei suoi sei volumi sulla storia del rock il mio riferimento) non ha dato la giusta rilevanza al fenomeno.

Tornando alle origini dell’etichetta, essa è stata fondata nel lontano 1989 a Sheffield, città degli Human League e dei Cabaret Voltaire, da Robert Gordon, Steve Beckett e Rob Mitchell, tre ventenni della città che approfittarono dell’ “Enterprise Allowance”, una norma introdotta dal governo Tatcher che prevedeva un contributo per i disoccupati che avessero aperto un’attività.

Il primo lavoro a carico di quest’etichetta è l’ormai celebre “Track with no name” dei Forgemasters (nome catalogo: Wap1), di cui Gordon stesso era membro, seguono una serie di hit di quello che non sappiamo se e come fosse stato definito allora, ma negli anni a venire verrà prima riscoperto da Simon Reynolds nel suo “Generation ecstasy” / “Energy Flash” a fine anni ’90 e successivamente da altri giornalisti musicali fino a Matt Anniss con la sua doppia opera libro/compilation “Join the future” del 2020 e denominato “Bleep and Bass”.

Questo movimento fu la risposta inglese ai generi elettronici da ballo americani, la house music, l’acid house e la techno di Detroit, a cui gli inglesi risposero con questi “bleep” sopra alla cassa che andavano a mimare scenari elettronici futuristici, come segnali dallo spazio o da remoti calcolatori intenti ad elaborare frequenze audio da inviare a destinazioni misteriose. La suggestione che ebbero allora questi pezzi fu notevole, la ricordo bene mentre da adolescenti la scoprivamo nei principali club di musica elettronica del nord-Italia.

I nomi principali di queste uscite sono ormai leggendari per chi ama questa scena, da Tuff Little Unit a Sweet Exorcist, da Tricky Disco a Black Dog (poi divenuti Plaid) passando per Nightmare on Wax – che pur facendo parte del roster di WARP fin dal principio aveva però uno stile differente tanto da non potersi ascrivere direttamente all’universo bleep – e Unique 3 che mi sento di dover annoverare in questa retrospettiva anche se non pubblicava con WARP, ma di cui la track “The Theme” è universalmente riconosciuta come il primo pezzo Bleep & Bass della storia.

Black Dog – Virtual versione originale

Il primo gruppo a sfondare nelle classifiche furono però gli LFO, prima col singolo omonimo, tra quelli con la ormai celebre copertina lilla, poi con LP “Frequencies”, pietra miliare del genere, di cui come per i Pink Floyd con “The Dark Side of the Moon” e per i Cabaret Voltaire con “Groovy, Laidback and Nasty” (quest’ultimo coevo dell’epoca WARP), possiedo sia vinile che CD.

Senza stare lì a riportare l’intero catalogo, possiamo dire che attraverso la pubblicazione della serie “Artificial Intelligence” la WARP vira nella direzione che l’avrebbe resa grande, quella di lasciare in secondo piano il dancefloor per introdurre quella corrente che sarebbe divenuta famosa come “IDM”, ovvero “Intelligent dance music”, quintessenza dello stile WARP. Tracce dove la cassa è meno o per nulla presente, la forma di stampa che viene presa è l’album in luogo del semplice 12″ e lo stile sta tra il chill-out e la Detroit Techno.

A caratterizzare questa seconda fase sono artisti già citati più i Boards of Canada, altra punta di diamante dell’etichetta, Luke Vibert, Squarepusher, Yves Tumor, Vincent Gallo, Flying Lotus, Mark Pritchard, Oneohtrix Point Never tra i principali.

La WARP si è occupata anche di produzioni video, testimone di questo filone il DVD :

Warp Vision: The Videos 1989-2004

Per concludere questa prima pubblicazione dell’articolo, che andrà in seguito integrato con recensioni e varie, allego l’articolo di Simon Reynolds su Fact Magazine ove il giornalista inglese traccia la lista delle principali track del genere Bleep ‘n’ Bass:

The 20 best bleep records ever made

e a seguire, prima della bibliografia, il link all’evento WXAXRXP in collaborazione con NTS Radio, dove lo scorso 19 giugno 2019 sono stati festeggiati i trent’anni dell’etichetta con 100 ore di musica, selezionando session dei principali artisti della label:

WXAXRXP on NTS Radio

Bibliografia:

Energy Flash – Simon Reynolds – Arcana Editrice

Join the Future – Matt Anniss – Velocity Press

Warp Labels Unlimited – Rob Young – Black Dog Publishing

Il numero di gennaio 2020 di Mixmag che celebra il trentennale della WARP

Il sito ufficiale dell’etichetta inglese

Discografia:

partiamo col proporre le tre antologie, pubblicate a ogni decennio compiuto dall’etichetta inglese:

WARP 10+

WARP 20

WXAXRXP

Per ultimo, se voleste immediatamente acquistare qualcuno dei dischi che abbiamo citato in questo articolo, di seguito riporto il sito Bleep.com, l’e-commerce ufficiale della WARP Records.

L’arte di prof. Bad Trip

Un personaggio in cui questo tumblelog, per certi versi parecchio controcultale, o quantomeno non solo attento, ma zeppo di argomenti di nicchia, è il prof. Bad Trip, al secolo Gianluca Lerici (1963-2006).

Personaggio di nicchia fino a un certo punto, dal momento che nell’ambito del fumetto – non solo italiano – questo autore è famosissimo.

Autore spezzino dalla biografia almeno per me – e credo per tutti gli individui della working class – assolutamente emozionante, cresciuto con ogni probabilità in una famiglia di muscolai (coltivatori di cozze), dal momento che a quanto racconta egli stesso nel documentario che è inserito anche in questo articolo, i professori conservatori del suo liceo scientifico lo deridevano già dai primi anni di superiori dandogli quell’epiteto (buoni quegli insegnanti), e dal momento che anch’egli una volta finita quell’esperienza esercitò per alcuni anni quell’attività, intuito il suo talento artistico inizia ad evolvere negli anni giovanili, prima all’interno del mondo musicale, ove milita nella seconda metà degli anni ’70 in diverse formazioni punk, dagli Holocaust ai Fall-out assieme all’amico Benzo, poi frequentando profittevolmente l’accademia di Belle arti di Carrara, dove affina il suo innato senso artistico. Da quel periodo in poi inizia a produrre i suoi primi lavori col nome d’arte di prof. Bad Trip. Nome perfetto per il suo stile, che per la massa del suo pubblico fa pensare a un brutto “viaggio” chimico dopo aver calato un acido, idea che prima di lui aveva avuto un’oscura etichetta di punk/hard core californiano e che egli giustamente con l’arte del cut-up aveva fatto sua, intentendo non tanto l’interpretazione più scontata, quanto piuttosto una condizione planetaria per noi e il resto del mondo, causata dal pesante intervento dell’uomo nell’ambiente.

Oltre a questa biografia, dove un ragazzo che parte dal nulla arriva a fare le copertine agli Psychic Tv di Genesis P. Orridge e ad essere pubblicato da Mondadori, la cosa che va ben dichiarata in questa sede è la forza del suo tratto diventato un potentissimo marchio di fabbrica: si può dire figlio della tradizione fumettistica italiana, con il Max Bunker di Kriminal e Satanik in primo luogo, ma prima di esso, il suo tratto fortemente marcato, da xilografia, è erede diretto dell’iconografia protestante, in particolare il tema della danza della morte, mediata precedentemente nei primi del ventesimo secolo dagli espressionisti tedeschi. A livello letterario, uno su tutti gli autori da citare è l’inglese James Graham Ballard, maestro della “fantascienza interna” contro la classica fantascienza dello spazio, la cui opera è oggetto di ispirazione dichiarato da Lerici.

La sua opera definita cyberpunk, sia perché questo termine è assonante alla sua militanza musicale, sia perché effettivamente si rifaceva nei suoi fumetti a quel tipo di letteratura (storica è la riduzione de “Il pasto nudo” di William Burroughs per la Shake edizioni, nota casa editoriale concentrata sulla controcultura) è un concentrato di immagini psichedeliche. Se dovessi dare un parere, in molte opere di prof. Bad Trip, il quale non si è solo occupato di fumetti, ma ha spaziato in tutte le arti, dalla pittura alla scultura, passando per il collage (nonché rimasto grande appassionato di musica anche dopo l’esperienza giovanile, negli anni a venire era andato in fissa per la techno), trovo che sia il naturale erede di Enrico Baj. Il mio è un parere senza precedenti e quindi senza paracadute, ma se guardiamo a certe opere totemiche dell’artista spezzino, ai volti allucinati dei suoi personaggi, nonché a certi aspetti della sua poetica, trovo siano l’evoluzione delle tematiche dell’artista milanese (secondo me pure progenitore del punk, senza che Vivienne Westwood affermi o meno questa gemmazione, e quindi in una sorta di Ouroborus ci ricolleghiamo immediatamente a Lerici e alla suo spirito punk), anch’egli, avendo fondato il gruppo degli artisti nucleari in gioventù, si dimostrava molto preoccupato per la degenerazione della violenza in un prossimo futuro, sempre spaventato dai possibili soprusi delle forze dell’ordine come dimostra la sua opera più importante, “I funerali dell’anarchico Pinelli” e anch’egli aveva quella inclinazione all’addobbo, con cui decorava suoi ufficiali, dandogli poi, se andiamo nel dettaglio dei volti, delle caratterizzazioni esageratamente marcate ai tratti del viso e delle espressioni allucinate in cui intravedo in trasparenza quanto nei decenni successivi prodotto dal Lerici. Anche se quest’ultimo non lo ammetterà mai, mettendoci sicuramente tutta l’onestà intellettuale che gli riconosco, l’aspetto interessante è che molte appropriazioni che gli artisti attuano, sono del tutto inconsapevoli, come ben spiegato in alcuni capitoli di “Sound Unbound” di Paul D. Miller, filosofo e DJ americano, molto interessato ai temi del cut-up e delle citazioni.

Per ulteriori approfondimenti sulla sua opera rimandiamo alla bibliografia, dove prima di tutto c’è il sito cresciuto attorno all’associazione di amici che ne promuove la conoscenza, gomma tv, mentre come al solito in questa sede mi occupo di mettere a immediata disposizione dei visitatori i contributi video più interessanti che ho trovato, il primo, questo video biografico raccontato dalla compagna di vita di Gianluca Lerici, Jena Filaccio:

il secondo è il montaggio in cartone animato ad opera di Domenico Gemelli, suddiviso in due puntate:

Bibliografia:

il sito a cura degli amici e compagni di percorso di prof. Bad Trip Gomma.tv

La pagina del sito di Shake edizioni dedicata a Gianluca Lerici

Sound Unbound – Paul D. Miller – Arcana Edizioni

Terminiamo con questa perla, un’intervista diretta a Gianluca Lerici, a.k.a. prof. Bad Trip:

La trilogia degli Illuminati e le sue filiazioni

Cominciamo ad abbozzare un articolo riguardo l’opera di Robert Anton Wilson e Robert Shea e tutto quanto è sorto per gemmazione negli anni a venire. Ci sono fior di siti e tanto di pagine su Wikipedia a questo riguardo, ma cercherò di darne una mia visione personale e una particolare contestualizzazione nel solco di quanto narrato in questo tumblelog.

La Trilogia nasce a partire dal primo romanzo “L’occhio della piramide” del 1975, per poi proseguire con “La mela d’oro” e “Il leviatano” forse prendendo in parte il suo spunto da testi precedenti come quella sorta di hard-boiler mistico di “Mumbo Jumbo” dell’autore afro-americano Ishmael Reed, testo degli anni ’30 dello scorso secolo; si narra da molte fonti che sia stata lo spunto per best seller di divi della pagina stampata come Umberto Eco col suo “Il Pendolo di Focault” e la saga di Robert Langdon di Dan Brown. Certamente il saggio inetichettabile di John Higgs, “Complotto” nella versione italiana e “KLF” nella versione originale, tratta ampiamente il putiferio e l’entusiasmo sollevato negli anni da questa deflagrante Trilogia.

Io li segnalo come dei titoli assolutamente imprescindibili per chi si interessi agli argomenti e ai filoni trattati nel mio blog e invito tutti a tuffarsi nell’incredibile avventura per la mente provocata dagli strippi psichedelici del duo americano!

Mentre per quanto riguarda il saggio sui KLF di Higgs, che possiamo definire una “mega-recensione” sull’opera del duo Drummond-Cauty nelle varie denominazioni utilizzate negli anni, voglio suggerire il confronto tra questo incredibile approfondimento, con quello che comporta nella fruizione di un progetto di tale complessità (a volte sconfinante nell’astruso e nel puro dada/situazionismo) e quello che è stato per quanto mi riguarda uno dei maggiori fari nella scoperta del rock (o almeno era quello che avevo pensato in larga parte almeno a fino questo confronto impietoso), ovvero l’italiano Piero Scaruffi, esportato da decenni negli USA nella sua qualità di ricercatore. Questo eclettico soggetto è per alcuni appassionati di musica una leggenda (tra luci e ombre) nella categoria dei critici musicali, avendo scritto i sei volumi de “La storia del rock” di Arcana Editrice, poi confluiti nel suo delirante sito enciclopedico sulla storia dell’arte mondiale dalla nascita di Abramo in poi. Questo lavoro, che egli pretende essere esaustivo sull’argomento, si vede nel raffronto col lavoro di Higgs quanto abbia un approccio superficiale, basato su un frettoloso ascolto e su una raffazzonata raccolta di informazioni. Leggete la scheda collegata al link che riporto qui sotto e tiratene le conclusioni:

Piero Scaruffi – KLF

Non si fa così caro Piero, ma grazie del tuo indiscusso impegno!

Se passiamo a definire il contributo del libro di Higgs invece, ogni fan dei KLF dev’essere profondamente grato per questo lavoro, che mette in connessione passo-passo la saga de “The Illuminatus” con i pezzi del duo, facendoci comprendere esaustivamente la progressione di album, gag situazioniste, uscite e rientri in scena di questi due folli personaggi e certi atti da loro espressi lungo un percorso ormai ultra trentennale.

Bibliografia:

il sito di Robert Anton Wilson

Complotto – John Higgs – Nero Edizioni

Mumbo Jumbo – Ishmael Reed – Rizzoli

Electro: elettronica, visioni e musica

La musica techno e house è ormai arte totale. Un importante evento a cura di Jean-Yves Leloup già tenutosi alla Philharmonie de Paris e passato per la 58esima Biennale di Venezia 2019, che si appresta a raggiungere Londra nella prestigiosa sede del Museo del Design, celebra l’evidente successo dell’ondata dance basata sulla strumentazione elettronica.

Tale stile musicale, essendo stato fin dal principio irradiato da un solo individuo, quasi mai molto appariscente, posto dietro a una consolle, il dee-jay e non più da vistosi complessi od orchestre, ha promosso la partecipazione del pubblico, da spettatore a co-protagonista di quanto accadeva, prima nella discoteca, successivamente nei rave, fino ai grandi eventi degli ultimi anni, ADE (Amsterdam Dance Event) e Tomorrowland su tutti.

Lo Smiley diventa soggetto di un'opera d'arte contemporanea

Untitled (The Endless Summer) – Bruno Peinado – 2007: Pannello composito in alluminio, lacca, taglio CNC, neon, variatore, trasformatore. Edizione di otto esemplari; Courtesy Galerie Loevenbruck, Parigi.

Da situazioni semi (o del tutto) clandestine, la lunga serie di happening, o per certi aspetti eventi mistico-iniziatici accaduti negli anni ha dato luogo a quello che ormai, a partire da questa mostra inserita nella kermesse più importante al mondo, è promosso pienamente come movimento artistico. Tali eventi accadevano nel Regno Unito sotto forma di rave illegali, in Italia (riviera adriatica, tra Riccione e Jesolo) e Spagna (Ibiza in particolare) dentro a locali che erano delle situazioni a volte di legalità sospesa o presa quantomeno un po’ sottogamba. Si pensi che in Gran Bretagna fu promulgata al riguardo una legge specifica, il Criminal Justice and Public Order Act del 1994. Per quanto riguarda l’Italia, vi fu tutta la stagione delle “mamme rock” e delle ordinanze per anticipare la chiusura dei locali.

E’ appurato dunque che sia gli eventi clandestini accaduti nelle campagne inglesi narrati da Simon Reynolds in “Generation Ecstasy“, che quelli accaduti in Italia descritti in questo tumblelog siano passati, da fenomeni da censurare come venivano trattati (e avversati) mentre si sviluppavano, a fatti artistici tout court meritevoli di una postuma musealizzazione.

Dancefloor: Panorama 1987-2017 AA. VV.

Tra gli artisti che hanno contribuito compaiono Jacob Khrist, Soundwalk Collective, Bruno Peinado, Moritz Simon Geist, 1024 architecture e molti altri. Un nugolo di fotografi sono quelli direttamente coinvolti nel fenomeno rave e dance della propria nazione: da Alexis Dibiasio a Olivier Degorce, da Alfred Steffen a Caroline Hayeur, la carrellata di personaggi e di luoghi è estremamente vasta e permette a chi non fosse già addentro di farsi un’idea dell’universo variopinto che dà vita a questo fenomeno. L’opera “Divinatione” del fotografo Jacob Khrist in particolare, vuol promuovere l’evoluzione di Parigi come novella metropoli europea coinvolta nel fermento rave/elettronico internazionale.

Particolarmente interessanti i lavori prodotti dal collettivo 1024 Architecture, François Wunschel, Jason Cook e Pier Schneider, CORE, un viaggio sensoriale e visivo, ove attraverso fibre ottiche, al ritmo del sound di Laurent Garnier si anima uno spettacolo luminoso 3D:

e “Walking-cube”, un prodigioso sistema di automazione, ove una struttura metallica sollecitata da segnali digitali si muove, cambiando forma e dimensioni, emettendo inoltre un suono ritmato molto coinvolgente; lavoro questo in continuità a dire il vero con tutto un filone già visto in scorse edizioni della Biennale piuttosto che della dOCUMENTA di Kassel, e certamente in un’installazione al museo di arte moderna di Budapest di cui eventualmente in futuro darò maggior conto:

Moritz Simon Geist, performer, musicista e ingegnere,  espone un esemplare della sua collezione di robot sonori MR-808 Interactive, che replica il suono della celebre drum machine cui si ispira, la Roland TR-808, strumento principe fin dalla sua creazione per tutta l’house la techno, a fianco della sorella TB 303 le cui linee di basso vennero sfruttate con particolari tecniche per il genere acid house. La 808, come è ovvio, dà il nome al leggendario duo inglese 808 State.

Per quanto riguarda l’edizione veneziana, nel succulento ciclo di conferenze curate da Guglielo Bottin, oltre alla performance di Bruno Belisimo, all’ottima conferenza di Fabio De Luca, alla presenza di Lele Sacchi (di cui consiglio il recente saggio “Club Confidential”) segnalo come sigillo della manifestazione l’intervento sullo stile “Balearic” e successivo dj set del co-fondatore di questo genere, Leo Mas. In Francia e Inghilterra la mostra ha compreso nel titolo il nome degli artisti nazionali più noti nel genere, Daft Punk e Chemical Brothers (in quei Paesi la manifestazione si intitola: “Electro, from Kraftwerk to…” seguita dal nome delle band delle rispettive nazionalità), alla Biennale implicitamente, con la chiusura dell’evento a lui riservata, si è voluta dedicare l’esposizione al DJ milanese celebrando la sua gloriosa militanza. Probabilmente si è preferito non inserirlo nel titolo in quanto personaggio troppo underground per essere immediatamente riconosciuto dal grande pubblico, anche se va detto che Leo è una gloria ultratrentennale nel panorama musicale internazionale, tra le altre cose negli anni ’90, unico periodo in cui abbiamo avuto mega-manifestazioni elettroniche in Italia, è sempre stato l’headliner sia dell’ Exogroove che del Syncopate.

Leo Mas celebrato alla Biennale 2019

Dj eclettico e clubbing alternativo da Ibiza a Jesolo:

Bibliografia:

Il booklet della tappa veneziana dell’evento

Generazione ballo sballo – Simon Reynolds – Arcana editrice

A brief history of Acid House “The true story of how a synthesizer accidentally changed the world” – Suddi Raval – Attack Magazine

Join The Future: Bleep Techno and the Birth of British Bass Music – Matt Anniss – Velocity Press

Sitografia:

La pagina della Philarmonie de Paris relativa alla tappa originaria dell’evento

La pagina della Biennale relativa allo specifico evento “Electro”

La pagina dell’attuale tappa inglese dell’evento

Il sito personale del curatore e produttore veneto Guglielmo Bottin

L’alchimia delle collaborazioni e del sampling.

In questo articolo trattiamo una diversa sfumatura di quanto già sviscerato in quello riguardante le contaminazioni nell’arte, volendo evidenziare quel particolare fascino che hanno i due fenomeni citati nel titolo, ovvero collaborazioni tra artisti apparentemente di diversa natura che escono con un progetto comune e il differente caso del sampling, ovvero quasi di un “furto”, di un saccheggio di canzoni o parole o suoni già esistenti al fine di infarcire un nuovo soggetto, una nuova track che in alcuni casi suona perfettamente armonica, in altri invece, volutamente, diviene una sorta di Frankenstein musicale, sempre però piacevole e ben riuscito. Non a caso la sampladelia nella colorita definizione di Simon Reynolds è una sorta di  “zombie music: parti sonore, riff, parti cantate vivisezionate dalla traccia originale e galvanizzati nel senso originale del termine (ovvero migliorati dalla loro condizione originale, magari all’interno di un contesto totalmente inoffensivo, attraverso un sottile riporto di materiale superficiale che rende nella nuova versione il materiale potentissimo), suoni morti rianimati come uno zombie, un corpo haitiano portato indietro a una sorta di semi-robot da uno stregone voodoo (il produttore), che usa i sample come degli schiavi”.

Prima di addentrarci a fondo nella materia musicale, in questo Frankenstein dell’arte cito il caso, cui sono al bandolo grazie al Paul Miller citato nella Bibliografia riportata al termine dell’articolo. E’ stato proprio ascoltando la sua conferenza al Google Headquarter in California in occasione della presentazione del suo libro “Sound Unbound”, riguardante proprio la materia del sampling, ho notato che alle sue spalle aveva un’immagine stranamente familiare, del tutto simile a quella utilizzata nella grafica del disco d’esordio dei Cybotron, il leggendario “Enter”. Tale immagine era già stata utilizzata dallo stesso autore nelle tournee del suo testo precedente, “Rythm Science”, in entrambi i casi a Spooky Dj voleva far notare il nesso tra tecnologie, arte e saccheggio della produzione altrui e successiva rielaborazione in un nuovo lavoro.

DJ Spooky

L’opera era il risultato dello sviluppo di un’apparecchiatura inventata dallo scienziato e medico Étienne-Jules Marey a fine ‘800 per poter approfondire i suoi studi sul movimento del corpo umano e animale:

DJ Spooky introducing Rebirth of a Nation

tale tipo di risultati rimandano innanzitutto alla corrente del futurismo, che in opere come “Rissa in Galleria” o “La città che sale”, o ancor meglio nel classico di Boccioni “Dinamismo di un ciclista”, visibile al Guggenheim di Venezia, evidenziano il debito a questo tipo di ricerca, ma anche al più recente lavoro di Jamie Putnam per la copertina del trio di Detroit del 1983, che rimanda in maniera evidente anch’esso al lavoro di Marey attraverso la scomposizione dell’immagine in una sorta di pixel primordiali:

Cybotron_enter

Secondo una definizione di Artur Kroker e Michael Weinstein, la sampladelia è  manifestazione di un certo archivismo della cultura Cyber-punk, che prende gli ultimi ottant’anni di suoni registrati e li ri-contestualizza, li ricondiziona e li ri-fonde in una sorta di morphing dove un suono si mescola con un altro e il risultato finale è un nuovo soggetto.

I primi campioni si possono far risalire agli MC dei primi hit rap, come non ricordare al riguardo il celebre campionamento di “Good times” degli Chic ad opera della Sugarhill Gang nella mitica “Rapper’s delight”:

Un certo utilizzo della musica si faceva già nel dub utilizzato nei sound-system giamaicani, dove spesso il lato-b dei vinili lì prodotti era la versione solo strumentale della canzone presente nel fronte, ottima per essere mixata e ballata.

Il “Vs” invece è il fenomeno per il quale si fa una collaborazione per contrasto, dove un artista “alto” collabora con uno di strada, o un artista bianco (nell’accezione che è armato di chitarre) dialoga con uno nero (notare che i musicisti neri, con l’eccezione del meticcio Hendrix, non si lanciano pressoché mai nelle distorsioni chitarristiche tipiche del genere hard rock), o uno dalle linee più soft si “confronta” con un altro o una formazione dai suoni più duri.

Caso di scuola a questo titolo il pezzo “Walk this Way” tra Run DMC e Aerosmith; da quel momento il mix tra rap e hard rock si sarebbe definito crossover:

Ognuna di queste due pratiche crea una sorta di nuove ‘sinapsi’ nell’intelligenza musicale planetaria, permettendone la crescita del corpo universale.

Tante sono le linee d’origine del fenomeno; forse andremo a svilupparle in futuro. Qui ci piacerebbe più che altro fare un elenco il più possibile sintetico dei più eclatanti frutti del Vs e del sampling. Se vogliamo il primo in musica è un elemento quasi necessario, se il Vs (dal latino versus ovviamente, l’uso è lo stesso che se ne fa nella boxe o nel wrestling) è la spinta verso la collaborazione più estemporanea e originale, una minima collaborazione tocca a tutti, anche a quei musicisti che si fregiano di fare uscire l’album a loro nome: come sarebbe stata la carriera di Bruce Springsteen senza la E-street band, Lou Reed è stato certamente un gigante, ma è cresciuto nei Velvet Underground e sopratutto nella Factory di Andy Warhol, Micheal Jackson deve molto, nel bene e nel male, a suo padre e ai suoi fratelli, il resto a Quincy Jones, il suo produttore, senza il quale difficilmente sarebbe diventato il divo del pop, idem Madonna che pare una “self-made-woman”, ma dietro le spalle agli esordi ha avuto personaggi del calibro di Nile Rodgers. Persino quell’incredibile personaggio di David Peel (mancato nell’aprile del 2017 nell’indifferenza generale, quando lui era assieme a Maharishi Mahesh Yogi uno dei guru di John Lennon), all’origine un one-man-band senza fissa dimora, si dovette comunque fare assistere da Peter Siegel per registrare il suo imprevisto album d’esordio “Have a Marijuana” e proprio da John Lennon e Yoko Ono per il successivo “The Pope Smokes Dope”; inoltre non disdegnava di accompagnarsi con altri artisti, normalmente dei freak come lui, come in questo caso in cui duetta con Dionna Dal Monte in una performance irresistibile:

Andando ora al nocciolo delle commistioni tra collaborazioni e utilizzo dei campionamenti, partiamo in questa rassegna:

Il protagonista del jazz e del fusion Herbie Hancock collabora nel lontano 1983 con il poliedrico Bill Laswell proveniente dalla No-wave newyorkese e l’MC Grandmixer D.ST per uno dei primi “Frankenstein” del genere, la mitica rockit:

Poco tempo dopo inizia l’avventura di un altro dei più interessanti fenomeni del genere: il produttore Trevor Horn (già negli Yes e nei Buggles), addirittura un giornalista musicale in questo caso, Paul Morley e i musicisti J. J. Jeczalik, Anne Dudley e Gary Langan danno vita agli Art of Noise,  dal nome del manifesto musicale del futurista Luigi Russolo, diventando tra i pionieri del fenomeno del campionamento e di tutto il modo di costruire musica di lì in poi. In questo articolo, il pezzo che ci sembra più adatto da inserire è la leggendaria Paranomia, ma dovremmo ricordare per l’importanza all’interno dell’argomento che andiamo trattando, una lunga serie di brani, tra cui impossibile non citare almeno “Moments in love” e “Beatbox”.

Dì lì a poco, nel 1987, il pezzo che fa deflagrare definitivamente “l’arte del campionamento”, la leggendaria “Pump Up The Volume” dei M|A|R|R|S, anch’esso un ensemble molto particolare, formato dagli A.R. Kane e dai Colourbox, con in più la collaborazione di due DJ, Chris “C.J.” Mackintosh e Dave Dorrel. Il brano è, come sottolineato anche dal video, un vero e proprio caleidoscopio di campioni musicali, che possiamo segnalare presi da James Brown a Cool & the Gang, da Erci B. e Rakim a Whistle (in tutto sono stati contati dieci sample da altrettanti artisti e brani); il patrocinio del progetto viene ascritto al produttore Ivo Watts-Russell:

Non una collaborazione occasionale questa di Lindy Layton coi Beats International, che anzi era componente fissa del gruppo, ci sembra dare il là a tutta una serie di progetti da lì in poi (vedasi Lamb, Portished, Tricky, gran maestro di duetti e contaminazioni tra voci superfemminili e suoni digitali), aggiunge la sua voce soul al loro suono basico, batteria, linea di basso e pochi effetti:

In questa misconosciuta collaborazione tra i super-tecnologici 808 State e i classici del reggae, gli inglesi UB40, c’è proprio tutto quanto fa al caso nostro, un bel “Vs” eterogeneo tra gruppi di generi musicali apparentemente inconciliabili e inoltre nella canzone si può cogliere il campione da “The model” dei Kraftwerk:

Una giovanissima e allora sconosciuta Bjork Gudmundsdottir mette a disposizione la sua versatile voce, sempre per una collaborazione con gli 808 State, nell’album ex:el, nel quale in totale si contano due tracce con la cantante islandese:

Il famigerato e inedito “Vs” tra il musicista d’avanguardia Jon Hassel e gli (ancora loro) 808 State:

Poi, non fosse altro che per vederlo una volta in più, segnaliamo come il capolavoro dei Massive Attack (fin dall’epoca del Wild Bunch una sorta di collettivo aperto a elementi di ogni tipo) “Unfinished sympathy” prenda a prestito l’urletto femminile originariamente inserito nella Planetary Citizen degli impronunciabili Mahavishnu Orchestra e John McLaughlin, pubblicata quindici anni prima:

A chiusura, almeno temporanea della serie di collaborazioni e campionamenti, ci piace inserire questa traccia, dove in verità gli Orb si sono all’epoca appropriati indebitamente di un’intervista di Rickie lee jones, nella quale la leggendaria cantante americana, probabilmente in quel momento vittima di un brutto raffreddore, raccontava della sua infanzia, di come dalla sua casa vedesse delle meravigliose, morbide nuvolette; inserendo questo campione vocale all’interno di una serie di suoni anch’essi molto “sampladelici” ne è venuto fuori un pezzo che è un vero mito:

Infine un piccolo cenno alle tecnologie che hanno permesso lo sviluppo di tutto quanto accaduto all’interno della penultima decade dello scorso secolo, “sintetizzato” è proprio il caso di dire, all’interno di questo articolo: senza il Synclavier della New England Digital e il più economico e quindi più diffuso Fairlight CMI dell’omonima azienda, questa e altre mille storie non potrebbero essere stata raccontate!

Chiudiamo l’articolo con questo video che testimonia il nostro sogno di gioventù di stare dietro a queste consolle in qualità di produttori e/o ingegneri del suono:

Bibliografia:

Rhythm Science – Paul D. Miller Aka Spooky DJ that subliminal kid – MIT Press LTD

Sound Unbound – Paul D. Miller a.k.a. Spooky DJ – Edizione inglese: MIT Press LTD, edizione italiana: Arcana Editrice

Storia del Rock voll. 1-6 – Piero Scaruffi – Arcana Editrice

Energy Flash – Simon Reynolds – Arcana Edizioni

Hip-Hop raised me – DJ Semtex – Rizzoli

Remixing – Viaggi nella musica del XXI secolo – DJ Rupture – EDT

Blade Runner vs Blade Runner 2049

In questo articolo confronteremo gli esiti dei due capitoli ispirati dall’opera di Philip K. Dick “Do androids dream of elettric sheep”, racconto distopico basato sulla prospettiva che in un futuro l’umanità possa produrre e disporre, anziché ‘solamente’ di forme di intelligenza artificiale come ci accingiamo a quanto pare effettivamente a dotarci, di replicanti, come vengono definiti nel film (ma in altri casi più spregevolmente ‘lavori in pelle’) del tutto analoghi all’essere umano, tranne ipoteticamente che nelle emozioni; altrettanto ipoteticamente nei propositi dei costruttori, nel primo capitolo la Tyrell Corporation, nel secondo la Wallace Industries, questi replicanti dovrebbero essere completamente asserviti alle esigenze degli umani.

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La formula del successo

“…nessuno – ne una rockstar ne uno scienziato – ce la può fare in totale solitudine. Abbiamo tutti bisogno di una guida, di un mentore, di qualcuno che indirizzi i propri sforzi e ci aiuti a trovare la strada.” Malcom Gladwell

In questo articolo proveremo a introdurre una ricerca che siamo certi attanagli molte persone, spesso molto affine a quella forse di ordine superiore che riguarda il senso della nostra presenza in questo universo.

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