L’ascesa dell’house-music nella Riviera romagnola

Era naturale, dopo aver raccontato la nascita del fenomeno House-Techno a Ibiza e nel nord-est italiano, pubblicare un articolo sui prodromi di questa avventura e menzionare i locali di riferimento anche su un’altra area importantissima a livello europeo per la cultura del clubbing che ha generato e anche per la la dimensione del fenomeno: la Riviera romagnola.

La celebre serie di indicazioni per i locali di Riccione

Oltre a questo, è la zona tra le tre che ho maggiormente frequentato negli anni ’90, complice la scelta in quel periodo di risiedere a Bologna, perciò è una situazione che ho conosciuto in profondità.

L’equivalente dell’accoppiata Movida/Ranch qua in Emilia fu l’Ethos-Mama Club/Diabolik’a, locali fondati da Gianluca Tantini in collaborazione con Maurizio Monti, delle pettegoliere (Sabrina Bertaccini e Mara Conti) per le relazioni pubbliche, e di Flavio Vecchi e Ricky Montanari per il sound. Questi due furono i locali ove vi fu la netta cesura tra un sound piuttosto condiviso in tutte le discoteche italiane dell’epoca (sembra incredibile oggi, ma fino ad allora si ballava Den Arrow e Spagna, qualche reminiscenza del Cosmic sound arrivata in tutte le periferie, Tracy Spencer e Jimmy Sommerville, Depeche Mode persino i Pink Floyd con The Wall, canzonette come Da-Da-Da dei Trio, Sunshine reggae dei Laid Back e amenità come queste). Quindi immaginiamo i nuovi DJ portarci fuori non senza difficoltà da un suono senza alcuna pretesa di innovazione e di ricercatezza a uno che rimbalzava in Italia coi modi che abbiamo raccontato in altri articoli e che Flavio Vecchi ci racconta in questa preziosa intervista, ovvero andando in esplorazione a Londra (lui ma anche Cirillo e Ricky Montanari, come anche Ralf a New York) come un moderno trappeur e portando a casa il sound più innovativo proveniente dalle due sponde dell’atlantico.

Sarebbe ingiusto stabilire una graduatoria di chi abbia aperto prima, se a Jesolo o in riviera romagnola, in quanto se in Veneto si esordì al mare da metà ’89, è pur vero che i party con la stessa formula erano già stati lanciati tempo prima al Macrillo a Gallio, mentre per quanto riguarda la situazione emiliana, prima che partissero i locali sopra citati, era già da tempo che Vecchi proponeva un certo stile già al Kinki a Bologna, rimasto per anni il riferimento per la musica di ricerca e l’atmosfera “di tendenza” in città, durante la stagione invernale. Quello che possiamo dire, è che ognuna di queste due costiere ci è arrivata indipendentemente e con una propria storia.

Qui l’intervista di Flavio Vecchi pubblicata pochi giorni fa:

La differenza tra le due regioni in generale, da quello che ho esperito personalmente è ancor più profonda di questa piccola disputa su chi abbia lanciato in Italia la tendenza e attiene a un carattere generale differente, probabilmente per profonde ragioni storiche. Il Veneto è piuttosto dicotomico, nonostante abbia avuto il dominio della Serenissima, piuttosto liberale quando non libertino, per secoli, con ogni probabilità dopo l’Unità è stato soggiogato dal Vaticano avendo attecchito particolarmente bene un fenomeno definito “cattolicesimo intransigente”, e nel dopoguerra divenendo grande serbatoio per la D.C. In compenso chi si chiamava fuori dal contesto erano personaggi veramente trasgressivi, uno su tutti l’art director del Macrillo, Vasco Rigoni. In Emilia-romagna invece è storica l’opposizione al Vaticano, da molto prima dell’avvento del socialismo, e qui il fenomeno del divertimento notturno ha trovato un tessuto molto più fertile, con un territorio già da decenni predisposto; si pensi a Tantini, già da prima dell’era house coinvolto nel mondo musicale come organizzatore di concerti, ma si pensi soprattutto alla scena musicale bolognese, con Dalla, Guccini, Rossi, gli Stadio, Cremonini, Carboni, Neffa…

In effetti la mia esperienza personale mi ricorda Jesolo come patria di discoteche fantastiche, ma scenari un po’ “post-atomici”, con gente che prendeva le 12 ore come una missione di guerra, molto impostate e un filino snob nei confronti di chi aveva gusti più popolari (non ignari di star esercitando un atteggiamento trasgressivo rispetto alle prerogative del territorio), l’Emilia Romagna invece presentava un popolo di punter nostrani molto più rilassati (polleggiati si sarebbe detto da quelle parti), quasi ci fosse una consapevolezza che la vita notturna che stavano facendo era in fin dei conti nient’altro che l’evoluzione nel solco della propria tradizione popolare. Basta vedere in successione questi documenti di due epoche successive per capire come la “tendenza” in Romagna fosse la prosecuzione del dancing/discoteca tradizionale e ancor prima della balera, o come ci ricorda Casadei, dell’aia contadina:

Al riguardo si narra che la decisione di aprire un after-hour da parte della ballotta dell’Ethos fosse dovuta al fatto che abitualmente Monti e combriccola erano soliti tirare mattina dopo la nottata in discoteca in vari locali (tradizione mantenuta gli anni a venire, con grande afflusso di gente al Lucky Corner dopo la serata in disco e prima dell’after), ma evidentemente insoddisfatti dell’offerta, decisero di aprire loro un altro locale dove ritrovarsi con chi voleva fare più tardi, ma forse più tra cappucci e cornetti che non tanto in pista.

Per chi volesse vedere com’era il Vae Victis, una perla dalle teche RAI

Oltretutto, da questo punto di vista, sempre parlando dei due locali pionieri, Ethos Vs Movida, va detto che nonostante fossero grosso modo gli stessi i successi dell’epoca, Tricky Disco, Pacific State, Your Love, French Kiss, A Path, etc, le scalette erano declinate in modo notevolmente differente nei due club: l’Ethos con un sound più morbido e rilassato (con molto più cantato), caratteristica che con l’eccezione della piramide del Cocco sarebbe rimasta negli anni a venire; il Movida aveva un sound più duro (con molto più dub), pilotato dalle contaminazioni anarco-punk EBM/death-rock/Industrial di Leo Mas, che perfettamente allineato al carattere della clientela jesolana, abbiamo detto più rigido e molto meno gay-friendly, sarebbe rimasto cifra stilistica negli anni successivi, col Musikò, l’Asylum di Moka DJ (locale gabber), la successiva gestione Aida delle Capannine con Marco Bellini in consolle (“allievo” della Triade) e l’Exess.

Locali necessariamente da menzionare in una storia notturna della riviera romagnola sono oltre a quelli già citati: Cocoricò, Peter Pan, l’Echoes (nato dalla necessità di trasferire la situazione dalle Marche alla più libertaria Romagna, a causa degli stessi problemi avuti col Movida nel Veneto, di far accettare alla popolazione più adulta e all’amministrazione questo nuovo fenomeno), l’Ecu, il Classic Club – che ha avuto un po’ lo stesso destino del Kinki, prima locale gay, poi after-hour -, il Cellophane, il Byblos, il Pasha e gli after, il Diabolik’a (poi Vae Victis e successivamente Echoes) e Il Club dei 99 a Gradara.

In Emilia-Romagna i protagonisti erano altri rispetto ai DJ superstar del Veneto e vi fu poco scambio, salvo una residenza di Andrea Gemolotto al Cocoricò nei primi anni ’90, il tentativo messo in atto (con discreto successo tra l’altro) di chiamare un breve periodo Flavio Vecchi al Movida nel ’91 e successivamente come resident dj Massimino Lippoli, Angelino Albanese, Pier Del Vega e Stefano Noferini, di stanza normalmente in Romagna, al Musiko e al Gilda di Jesolo nelle stagioni ’92/93. Anche Leo Mas finì una stagione al Pascià la domenica sera, per il resto, in quello che a un certo punto venne definito il “divertimentificio” i big sono sempre rimasti Ralf, saldamente al comando del Titilla per circa vent’anni, Vecchi e Montanari, Ricci, i Pasta boys (Rame, Uovo, Dino Angioletti) e Ivan Iacobucci oltre al già citato Massimino.

Tanto per completare sommariamente il quadro, fuori da qui ci furono sporadicamente altri locali, nei dintorni di Ferrara Il gatto e la volpe, Il Mazoom di Sirmione, L’Alter Ego a Verona, La scala e il Kink Light a Padova e il Go! Bang a Fossalta di Portogruaro, il Kinki a Bologna, il Plastic a Milano e più tardi il Flash ad Aquileia. In centro Italia una certa importanza la ebbero il Red Zone, il Fitzcarraldo, Il Devotion (sì, il nome è preso dal pezzo dei Ten City dell’album Foundation).

Andava fatta questa “mappa” per rendere chiara l’area in cui si sviluppava il fenomeno nella penisola italiana, con un’appendice se vogliamo a Ibiza, in particolare coi locali Pacha, Amnesia, Ku (in seguito Privilege) e lo Space after hour.

Come di consueto, per coloro che arrivano alla fine degli articoli c’è il premio, in questa occasione la segnalazione di un canale Youtube del celebre New York Bar! non si capisce se il nickname “Fabjazzlive” si riferisca a Fabio S, art director del primo after-tea d’Italia, un successo partito nell’autunno ’95 sui colli bolognesi al Vertigo, con Ivan Jacobucci in consolle supportato da Marco Spinelli, in cui confluivano tutto il pubblico e tutti i pr delle altre situazioni del sabato sera emiliano e oltre; locale in cui si ricreò, forse per l’ultima volta, quel clima particolare in cui chi c’è, sente di trovarsi all’interno di un momento magico, un po’ come all’epoca il Movida e l’Ethos. Qui è durato il tempo di una stagione: il successivo trasferimento estivo al Pascià di Riccione non è stato memorabile, mentre la successiva stagione invernale al Ruvido è stata purtroppo prioprio fallimentare. L’estate successiva a La Villa Delle Rose, sempre in riviera romagnola nemmeno, poi so solo che il brand “New York Bar” è stato trasferito a Milano per qualche stagione, indice dell’hype raggiunto in tutto il nord-Italia, ma da allora in poi non l’ho più seguito personalmente. In questa pagina Youtube ci sono molti filmati della prima stagione, tra cui oltre alle pregevoli ospitate di Barbara Tucker e Ce Ce Rogers (ricordo come fosse ora la sua versione di “Promise Land”) si vede, in quello che pubblico, uno spezzone della chiusura della prima stagione, oltre a Ettore del Docshow in apertura (allora p.r. proprio all’after-tea), una delle scene più memorabili: in quella serata, caratterizzata da un’eccitazione palpabile, due donne che ballavano sui cubi davanti alla consolle, esibivano continuamente il seno, costringendo Fabio S ad andare di persona a ricoprirle, tra le risate generali. Uno dei tanti indici dell’atmosfera confidenziale che si era creata quella stagione irripetibile tra le mura del Vertigo:

Bibliografia:

An history of Cocoricò (Riccione) in English

Infine, il docufilm a firma di Luca Santarelli che dovrebbe dare il definitivo racconto di quest’epopea:

Diesel Extraordinary Time Travellers

In this page a winter Diesel vintage sweatshirt with psychedelic “extraordinary time travellers” logo on the front.

In questa pagina la felpa invernale con grafica anteriore “extraordinary time travellers” psichedelica.

Felpa Diesel con grafica anteriore “extraordinary time travellers”

BRAND: DIESEL
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: EXTRAORDINARY TIME TRAVELLERS
PRODUCT ID: 2
FIT: REGULAR
MADE IN: TURKEY
SIZE: M
YEAR: 1999
CONDITION: GOOD, THE ONE ON THE FRONT ISN’T A SPOT, IT’S A CAMERA DEFECT
COLOUR: DARK GREY
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES
SPECIAL FEATURE: PSYCHEDELIC FRONT GRAPHIC “EXTRAORDINARY TIME TRAVELLERS
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €69

Old glory

Rare and precious Diesel Old Glory denim pants, super used, from my own collection, that I’m proposing to collectors, fashion victims and/or fashion designers:

Un prezioso e raro pantalone in denim Diesel Old Glory, usatissimo, della mia collezione che propongo a collezionisti, fashion victim e/o fashion designer:

Jeans Diesel prima linea Old Glory

BRAND: DIESEL
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: OLD GLORY
PRODUCT ID: 1
FIT: REGULAR
MADE IN: ITALY
SIZE: 32 UK/USA 46/47 ITALY
YEAR: 1991
CONDITION: GOOD
COLOUR: WORN INDIGO BLUE
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES INSIDE/OUTSIDE (SI, DENTRO E FUORI)
SPECIAL FEATURE: OLD GLORY DIESEL VINTAGE WITH INNER SELVEDGE (CON CIMOSA ALL’INTERNO)
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €99

Blue System – Jet Set

Nel raccontare con parole e immagini del primo ingresso di questo brand in Italia, al termine dell’articolo vi informerò anche di un’interessante novità:

Si tratta di uno spin-off di un allora piccolo marchio svizzero, partito a fine anni ’60 dall’esclusiva Saint-Moritz, che dopo essere stata attiva i primi anni come boutique con una proposta piuttosto radicale nel contesto della stazione sciistica (capi di seconda mano e stile hippy), negli anni successivi ha implementato la proposta con una propria collezione di abbigliamento da sci e successivamente ha lanciato l’etichetta Blue-System, che ha avuto una stagione molto breve in Italia a cavallo tra anni ’80 e ’90. La diffusione a quanto ne so è stata molto localizzata (se qualcuno ne sapesse di più, come sempre sono ben gradite le indicazioni da parte di chi legge, poste come minimo con garbo e ancor meglio se con simpatia), mi verrebbe da dire nell’alto Veneto, ma credo che in zone come Bolzano o la Bergamasca possa aver avuto un ottimo riscontro, certamente fu Belluno la roccaforte, complice l’allora boutique di tendenza Za che propose questo marchio fin dalla leggendaria collezione di jeans noti per il dettaglio delle tasche posteriori “a soffietto”: ovvero nell’intenzione dei fashion designer dell’epoca di proporre un capo dal generale orientamento street-chic, l’idea è che avesse un appeal “rilassato”, impostazione over-size, ovvero vita e gamba larga e lunghezza contenuta, costringendo a portare il capo arricciato in vita, con grandi gambe dritte, probabilmente prendendo dal mondo hip-hop con una declinazione dance-oriented, e in questo anche le tasche erano “over-sized”, riportate poi ai bordi standard plissettando leggermente il pezzo di stoffa durante la cucitura. La soluzione era una genialata nel suo piccolo, consentendo di ottenere una tasca molto capiente dove calare poderosi portafogli che tanto piacevano ai teen-ager, magari nella versione con catena da attaccare a un passante, per un’idea di un proprietario pronto ad affrontare i peggiori quartieri malfamati! Il lavaggio era un delavè al limite del bleached, ai fini di dare un immagine al capo di una storia alle spalle che avesse molto da raccontare, nottate infinite tra discoteche, afterhour e rave.

I Blue System con tasche a soffietto

BRAND: JET-SET
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: BLUE SYSTEM
PRODUCT ID: 3
FIT: LARGE
MADE IN: ITALY
SIZE: M
YEAR: 1990
CONDITION: GOOD, THE ONE ON THE BACK ISN’T A SPOT, IT’S A CAMERA DEFECT
COLOUR: BLEACHED, LIGHT 
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES 
SPECIAL FEATURE: FOLDING POCKETS ON THE BACK, FIT LARGE
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €149

E il risultato di questa proposta fu esplosivo, nelle aree ristrette in cui fu presentato questo brand. Probabilmente la Jet-Set pagava lo scotto di essere una piccola azienda svizzera appena affacciata nel panorama internazionale, e in particolare nel tentativo di penetrare nella nostra penisola, l’impresa era quella di Davide contro i Golia del fashion mondiale!

Ai jeans, che erano il capo principale e che andarono evolvendo nel corso dei semestri successivi, facevano seguito altri capi casual: primariamente felpe – mozzafiato – caratterizzate dal logo dei leoni rampanti declinato in varie grafiche, emblemi presi dall’usanza medievale nordeuropea di riportare tale blasone sulle armi, per dare una connotazione battagliera di chi indossava questi capi. Capi dalla portabilità comoda anch’essi; più marginalmente il marchio Blue System proponeva dei bomber – ovviamente – in varie colorazioni, con varie grafiche, spesso a tutta larghezza riportate sulla schiena e vari dettagli, talvolta metallici, a confermare questa immagine di “corazza” per gli eventi più caldi dei teen-ager che li avrebbero indossati.

Grafica tratta dal retro di una felpa, tra medioevo e psichedelia: un Mad Max in acido!

Va detto che questi ultimi hanno avuto qui in Italia una penetrazione molto superficiale rispetto ai jeans – che si presentavano molto più minimali e quindi più adatti ai nostri canoni stilistici – per felpe e soprattutto giubbotti; in Italia, la madrepatria mondiale dello stile, si preferivano capi più raffinati ove prevaleva la ricerca stilistica nel tessuto e nel taglio, e dove il marchio, dopo la sbornia paninara, aveva un understatement molto maggiore, fino ad essere arrivato negli anni successivi, dopo al declino stesso della Blue-System, a sparire totalmente.

Sono venuto a sapere, che al contrario in centro e nord Europa la Blue-System ha avuto un successo anche maggiore che da noi, quantomeno nel mondo hooligan, ove quella simbologia e quella semiotica nei bomber e nelle mantelle sono riuscite ad attecchire perfettamente nelle aspettative del pubblico che si scalmanava negli stadi.

La novità di questi ultimi giorni è che dopo anni di oblio, la Jet Set sta sviluppando il rientro nel mercato per la prossima stagione primavera-estate 2020 del brand Blue-System, con una nuova linea di jeans a cura dello stilista Michael Michalsky, che andranno, a quanto pare dalle premesse, a sfruttare l’heritage del glorioso passato nell’abbigliamento street/casual con posizionamento elevato. Se sarà proporzinato a quello del primo lancio, prepariamoci a degli standard molto esclusivi, si pensi che a suo tempo un altro degli elementi di rottura azzeccato dalla Jet-Set fu proprio il posizionamento molto sfacciato: mentre un Levi’s, riferimento assoluto all’epoca veniva venduto al pari di un italianissimo El-Charro a circa 80.000 lire, di circa diecimila maggiore a un onestissimo Uniform o Americanino (e la Diesel allora ancora lungi dallo sfondare venisse anche meno), i Blue-system venirono proposti all’arrogante prezzo di 150.000 lire (completamente fuori dal normale ambito casual e probabilmente anche più caro di un pantalone elegante) prezzo che fu la croce dei punter, che a costo di immani sacrifici, dovevano nel loro sentire procurarseli a tutti i costi a completare il look togo per affrontare le dodici ore dei sabato sera, e la gioia dei teen-ager figli dei genitori più ricchi, che grazie al facile espediente del prezzo come confine tra loro e i figli della gente comune, potevano distinguersi dagli altri ancor maggiormente che nelle passate stagioni stilistiche.

FELPA – SWEATSHIRT:

BRAND: JET-SET
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: BLUE SYSTEM – LION
PRODUCT ID: 4
FIT: REGULAR
MADE IN: ITALY
SIZE: M
YEAR: 1990
CONDITION: GOOD
COLOUR: BRICK RED 
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES 
SPECIAL FEATURE: PSYCHEDELIC MIDDLE-AGE LION ON THE BACK
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €89

Per chi desiderasse andare sul nuovo, è freschissima la notizia del lancio, dopo oltre venticinque anni dalle ultime linee arrivate nei negozi, della nuova collezione Blue System di Jet Set, qui sotto il link per il negozio on-line:

Blue System Spring-Summer 2020

Electro: elettronica, visioni e musica

La musica techno e house è ormai arte totale. Un importante evento a cura di Jean-Yves Leloup già tenutosi alla Philharmonie de Paris e passato per la 58esima Biennale di Venezia 2019, che si appresta a raggiungere Londra nella prestigiosa sede del Museo del Design, celebra l’evidente successo dell’ondata dance basata sulla strumentazione elettronica.

Tale stile musicale, essendo stato fin dal principio irradiato da un solo individuo, quasi mai molto appariscente, posto dietro a una consolle, il dee-jay e non più da vistosi complessi od orchestre, ha promosso la partecipazione del pubblico, da spettatore a co-protagonista di quanto accadeva, prima nella discoteca, successivamente nei rave, fino ai grandi eventi degli ultimi anni, ADE (Amsterdam Dance Event) e Tomorrowland su tutti.

Lo Smiley diventa soggetto di un'opera d'arte contemporanea

Untitled (The Endless Summer) – Bruno Peinado – 2007: Pannello composito in alluminio, lacca, taglio CNC, neon, variatore, trasformatore. Edizione di otto esemplari; Courtesy Galerie Loevenbruck, Parigi.

Da situazioni semi (o del tutto) clandestine, la lunga serie di happening, o per certi aspetti eventi mistico-iniziatici accaduti negli anni ha dato luogo a quello che ormai, a partire da questa mostra inserita nella kermesse più importante al mondo, è promosso pienamente come movimento artistico. Tali eventi accadevano nel Regno Unito sotto forma di rave illegali, in Italia (riviera adriatica, tra Riccione e Jesolo) e Spagna (Ibiza in particolare) dentro a locali che erano delle situazioni a volte di legalità sospesa o presa quantomeno un po’ sottogamba. Si pensi che in Gran Bretagna fu promulgata al riguardo una legge specifica, il Criminal Justice and Public Order Act del 1994. Per quanto riguarda l’Italia, vi fu tutta la stagione delle “mamme rock” e delle ordinanze per anticipare la chiusura dei locali.

E’ appurato dunque che sia gli eventi clandestini accaduti nelle campagne inglesi narrati da Simon Reynolds in “Generation Ecstasy“, che quelli accaduti in Italia descritti in questo tumblelog siano passati, da fenomeni da censurare come venivano trattati (e avversati) mentre si sviluppavano, a fatti artistici tout court meritevoli di una postuma musealizzazione.

Dancefloor: Panorama 1987-2017 AA. VV.

Tra gli artisti che hanno contribuito compaiono Jacob Khrist, Soundwalk Collective, Bruno Peinado, Moritz Simon Geist, 1024 architecture e molti altri. Un nugolo di fotografi sono quelli direttamente coinvolti nel fenomeno rave e dance della propria nazione: da Alexis Dibiasio a Olivier Degorce, da Alfred Steffen a Caroline Hayeur, la carrellata di personaggi e di luoghi è estremamente vasta e permette a chi non fosse già addentro di farsi un’idea dell’universo variopinto che dà vita a questo fenomeno. L’opera “Divinatione” del fotografo Jacob Khrist in particolare, vuol promuovere l’evoluzione di Parigi come novella metropoli europea coinvolta nel fermento rave/elettronico internazionale.

Particolarmente interessanti i lavori prodotti dal collettivo 1024 Architecture, François Wunschel, Jason Cook e Pier Schneider, CORE, un viaggio sensoriale e visivo, ove attraverso fibre ottiche, al ritmo del sound di Laurent Garnier si anima uno spettacolo luminoso 3D:

e “Walking-cube”, un prodigioso sistema di automazione, ove una struttura metallica sollecitata da segnali digitali si muove, cambiando forma e dimensioni, emettendo inoltre un suono ritmato molto coinvolgente; lavoro questo in continuità a dire il vero con tutto un filone già visto in scorse edizioni della Biennale piuttosto che della dOCUMENTA di Kassel, e certamente in un’installazione al museo di arte moderna di Budapest di cui eventualmente in futuro darò maggior conto:

Moritz Simon Geist, performer, musicista e ingegnere,  espone un esemplare della sua collezione di robot sonori MR-808 Interactive, che replica il suono della celebre drum machine cui si ispira, la Roland TR-808, strumento principe fin dalla sua creazione per tutta l’house la techno, a fianco della sorella TB 303 le cui linee di basso vennero sfruttate con particolari tecniche per il genere acid house. La 808, come è ovvio, dà il nome al leggendario duo inglese 808 State.

Per quanto riguarda l’edizione veneziana, nel succulento ciclo di conferenze curate da Guglielo Bottin, oltre alla performance di Bruno Belisimo, all’ottima conferenza di Fabio De Luca, alla presenza di Lele Sacchi (di cui consiglio il recente saggio “Club Confidential”) segnalo come sigillo della manifestazione l’intervento sullo stile “Balearic” e successivo dj set del co-fondatore di questo genere, Leo Mas. In Francia e Inghilterra la mostra ha compreso nel titolo il nome degli artisti nazionali più noti nel genere, Daft Punk e Chemical Brothers (in quei Paesi la manifestazione si intitola: “Electro, from Kraftwerk to…” seguita dal nome delle band delle rispettive nazionalità), alla Biennale implicitamente, con la chiusura dell’evento a lui riservata, si è voluta dedicare l’esposizione al DJ milanese celebrando la sua gloriosa militanza. Probabilmente si è preferito non inserirlo nel titolo in quanto personaggio troppo underground per essere immediatamente riconosciuto dal grande pubblico, anche se va detto che Leo è una gloria ultratrentennale nel panorama musicale internazionale, tra le altre cose negli anni ’90, unico periodo in cui abbiamo avuto mega-manifestazioni elettroniche in Italia, è sempre stato l’headliner sia dell’ Exogroove che del Syncopate.

Leo Mas celebrato alla Biennale 2019

Dj eclettico e clubbing alternativo da Ibiza a Jesolo:

Bibliografia:

Il booklet della tappa veneziana dell’evento

Generazione ballo sballo – Simon Reynolds – Arcana editrice

A brief history of Acid House “The true story of how a synthesizer accidentally changed the world” – Suddi Raval – Attack Magazine

Join The Future: Bleep Techno and the Birth of British Bass Music – Matt Anniss – Velocity Press

Sitografia:

La pagina della Philarmonie de Paris relativa alla tappa originaria dell’evento

La pagina della Biennale relativa allo specifico evento “Electro”

La pagina dell’attuale tappa inglese dell’evento

Il sito personale del curatore e produttore veneto Guglielmo Bottin

L’alchimia delle collaborazioni e del sampling.

In questo articolo trattiamo una diversa sfumatura di quanto già sviscerato in quello riguardante le contaminazioni nell’arte, volendo evidenziare quel particolare fascino che hanno i due fenomeni citati nel titolo, ovvero collaborazioni tra artisti apparentemente di diversa natura che escono con un progetto comune e il differente caso del sampling, ovvero quasi di un “furto”, di un saccheggio di canzoni o parole o suoni già esistenti al fine di infarcire un nuovo soggetto, una nuova track che in alcuni casi suona perfettamente armonica, in altri invece, volutamente, diviene una sorta di Frankenstein musicale, sempre però piacevole e ben riuscito. Non a caso la sampladelia nella colorita definizione di Simon Reynolds è una sorta di  “zombie music: parti sonore, riff, parti cantate vivisezionate dalla traccia originale e galvanizzati nel senso originale del termine (ovvero migliorati dalla loro condizione originale, magari all’interno di un contesto totalmente inoffensivo, attraverso un sottile riporto di materiale superficiale che rende nella nuova versione il materiale potentissimo), suoni morti rianimati come uno zombie, un corpo haitiano portato indietro a una sorta di semi-robot da uno stregone voodoo (il produttore), che usa i sample come degli schiavi”.

Prima di addentrarci a fondo nella materia musicale, in questo Frankenstein dell’arte cito il caso, cui sono al bandolo grazie al Paul Miller citato nella Bibliografia riportata al termine dell’articolo. E’ stato proprio ascoltando la sua conferenza al Google Headquarter in California in occasione della presentazione del suo libro “Sound Unbound”, riguardante proprio la materia del sampling, ho notato che alle sue spalle aveva un’immagine stranamente familiare, del tutto simile a quella utilizzata nella grafica del disco d’esordio dei Cybotron, il leggendario “Enter”. Tale immagine era già stata utilizzata dallo stesso autore nelle tournee del suo testo precedente, “Rythm Science”, in entrambi i casi a Spooky Dj voleva far notare il nesso tra tecnologie, arte e saccheggio della produzione altrui e successiva rielaborazione in un nuovo lavoro.

DJ Spooky

L’opera era il risultato dello sviluppo di un’apparecchiatura inventata dallo scienziato e medico Étienne-Jules Marey a fine ‘800 per poter approfondire i suoi studi sul movimento del corpo umano e animale:

DJ Spooky introducing Rebirth of a Nation

tale tipo di risultati rimandano innanzitutto alla corrente del futurismo, che in opere come “Rissa in Galleria” o “La città che sale”, o ancor meglio nel classico di Boccioni “Dinamismo di un ciclista”, visibile al Guggenheim di Venezia, evidenziano il debito a questo tipo di ricerca, ma anche al più recente lavoro di Jamie Putnam per la copertina del trio di Detroit del 1983, che rimanda in maniera evidente anch’esso al lavoro di Marey attraverso la scomposizione dell’immagine in una sorta di pixel primordiali:

Cybotron_enter

Secondo una definizione di Artur Kroker e Michael Weinstein, la sampladelia è  manifestazione di un certo archivismo della cultura Cyber-punk, che prende gli ultimi ottant’anni di suoni registrati e li ri-contestualizza, li ricondiziona e li ri-fonde in una sorta di morphing dove un suono si mescola con un altro e il risultato finale è un nuovo soggetto.

I primi campioni si possono far risalire agli MC dei primi hit rap, come non ricordare al riguardo il celebre campionamento di “Good times” degli Chic ad opera della Sugarhill Gang nella mitica “Rapper’s delight”:

Un certo utilizzo della musica si faceva già nel dub utilizzato nei sound-system giamaicani, dove spesso il lato-b dei vinili lì prodotti era la versione solo strumentale della canzone presente nel fronte, ottima per essere mixata e ballata.

Il “Vs” invece è il fenomeno per il quale si fa una collaborazione per contrasto, dove un artista “alto” collabora con uno di strada, o un artista bianco (nell’accezione che è armato di chitarre) dialoga con uno nero (notare che i musicisti neri, con l’eccezione del meticcio Hendrix, non si lanciano pressoché mai nelle distorsioni chitarristiche tipiche del genere hard rock), o uno dalle linee più soft si “confronta” con un altro o una formazione dai suoni più duri.

Caso di scuola a questo titolo il pezzo “Walk this Way” tra Run DMC e Aerosmith; da quel momento il mix tra rap e hard rock si sarebbe definito crossover:

Ognuna di queste due pratiche crea una sorta di nuove ‘sinapsi’ nell’intelligenza musicale planetaria, permettendone la crescita del corpo universale.

Tante sono le linee d’origine del fenomeno; forse andremo a svilupparle in futuro. Qui ci piacerebbe più che altro fare un elenco il più possibile sintetico dei più eclatanti frutti del Vs e del sampling. Se vogliamo il primo in musica è un elemento quasi necessario, se il Vs (dal latino versus ovviamente, l’uso è lo stesso che se ne fa nella boxe o nel wrestling) è la spinta verso la collaborazione più estemporanea e originale, una minima collaborazione tocca a tutti, anche a quei musicisti che si fregiano di fare uscire l’album a loro nome: come sarebbe stata la carriera di Bruce Springsteen senza la E-street band, Lou Reed è stato certamente un gigante, ma è cresciuto nei Velvet Underground e sopratutto nella Factory di Andy Warhol, Micheal Jackson deve molto, nel bene e nel male, a suo padre e ai suoi fratelli, il resto a Quincy Jones, il suo produttore, senza il quale difficilmente sarebbe diventato il divo del pop, idem Madonna che pare una “self-made-woman”, ma dietro le spalle agli esordi ha avuto personaggi del calibro di Nile Rodgers. Persino quell’incredibile personaggio di David Peel (mancato nell’aprile del 2017 nell’indifferenza generale, quando lui era assieme a Maharishi Mahesh Yogi uno dei guru di John Lennon), all’origine un one-man-band senza fissa dimora, si dovette comunque fare assistere da Peter Siegel per registrare il suo imprevisto album d’esordio “Have a Marijuana” e proprio da John Lennon e Yoko Ono per il successivo “The Pope Smokes Dope”; inoltre non disdegnava di accompagnarsi con altri artisti, normalmente dei freak come lui, come in questo caso in cui duetta con Dionna Dal Monte in una performance irresistibile:

Andando ora al nocciolo delle commistioni tra collaborazioni e utilizzo dei campionamenti, partiamo in questa rassegna:

Il protagonista del jazz e del fusion Herbie Hancock collabora nel lontano 1983 con il poliedrico Bill Laswell proveniente dalla No-wave newyorkese e l’MC Grandmixer D.ST per uno dei primi “Frankenstein” del genere, la mitica rockit:

Poco tempo dopo inizia l’avventura di un altro dei più interessanti fenomeni del genere: il produttore Trevor Horn (già negli Yes e nei Buggles), addirittura un giornalista musicale in questo caso, Paul Morley e i musicisti J. J. Jeczalik, Anne Dudley e Gary Langan danno vita agli Art of Noise,  dal nome del manifesto musicale del futurista Luigi Russolo, diventando tra i pionieri del fenomeno del campionamento e di tutto il modo di costruire musica di lì in poi. In questo articolo, il pezzo che ci sembra più adatto da inserire è la leggendaria Paranomia, ma dovremmo ricordare per l’importanza all’interno dell’argomento che andiamo trattando, una lunga serie di brani, tra cui impossibile non citare almeno “Moments in love” e “Beatbox”.

Dì lì a poco, nel 1987, il pezzo che fa deflagrare definitivamente “l’arte del campionamento”, la leggendaria “Pump Up The Volume” dei M|A|R|R|S, anch’esso un ensemble molto particolare, formato dagli A.R. Kane e dai Colourbox, con in più la collaborazione di due DJ, Chris “C.J.” Mackintosh e Dave Dorrel. Il brano è, come sottolineato anche dal video, un vero e proprio caleidoscopio di campioni musicali, che possiamo segnalare presi da James Brown a Cool & the Gang, da Erci B. e Rakim a Whistle (in tutto sono stati contati dieci sample da altrettanti artisti e brani); il patrocinio del progetto viene ascritto al produttore Ivo Watts-Russell:

Non una collaborazione occasionale questa di Lindy Layton coi Beats International, che anzi era componente fissa del gruppo, ci sembra dare il là a tutta una serie di progetti da lì in poi (vedasi Lamb, Portished, Tricky, gran maestro di duetti e contaminazioni tra voci superfemminili e suoni digitali), aggiunge la sua voce soul al loro suono basico, batteria, linea di basso e pochi effetti:

In questa misconosciuta collaborazione tra i super-tecnologici 808 State e i classici del reggae, gli inglesi UB40, c’è proprio tutto quanto fa al caso nostro, un bel “Vs” eterogeneo tra gruppi di generi musicali apparentemente inconciliabili e inoltre nella canzone si può cogliere il campione da “The model” dei Kraftwerk:

Una giovanissima e allora sconosciuta Bjork Gudmundsdottir mette a disposizione la sua versatile voce, sempre per una collaborazione con gli 808 State, nell’album ex:el, nel quale in totale si contano due tracce con la cantante islandese:

Il famigerato e inedito “Vs” tra il musicista d’avanguardia Jon Hassel e gli (ancora loro) 808 State:

Poi, non fosse altro che per vederlo una volta in più, segnaliamo come il capolavoro dei Massive Attack (fin dall’epoca del Wild Bunch una sorta di collettivo aperto a elementi di ogni tipo) “Unfinished sympathy” prenda a prestito l’urletto femminile originariamente inserito nella Planetary Citizen degli impronunciabili Mahavishnu Orchestra e John McLaughlin, pubblicata quindici anni prima:

A chiusura, almeno temporanea della serie di collaborazioni e campionamenti, ci piace inserire questa traccia, dove in verità gli Orb si sono all’epoca appropriati indebitamente di un’intervista di Rickie lee jones, nella quale la leggendaria cantante americana, probabilmente in quel momento vittima di un brutto raffreddore, raccontava della sua infanzia, di come dalla sua casa vedesse delle meravigliose, morbide nuvolette; inserendo questo campione vocale all’interno di una serie di suoni anch’essi molto “sampladelici” ne è venuto fuori un pezzo che è un vero mito:

Infine un piccolo cenno alle tecnologie che hanno permesso lo sviluppo di tutto quanto accaduto all’interno della penultima decade dello scorso secolo, “sintetizzato” è proprio il caso di dire, all’interno di questo articolo: senza il Synclavier della New England Digital e il più economico e quindi più diffuso Fairlight CMI dell’omonima azienda, questa e altre mille storie non potrebbero essere stata raccontate!

Chiudiamo l’articolo con questo video che testimonia il nostro sogno di gioventù di stare dietro a queste consolle in qualità di produttori e/o ingegneri del suono:

Bibliografia:

Rhythm Science – Paul D. Miller Aka Spooky DJ that subliminal kid – MIT Press LTD

Sound Unbound – Paul D. Miller a.k.a. Spooky DJ – Edizione inglese: MIT Press LTD, edizione italiana: Arcana Editrice

Storia del Rock voll. 1-6 – Piero Scaruffi – Arcana Editrice

Energy Flash – Simon Reynolds – Arcana Edizioni

Hip-Hop raised me – DJ Semtex – Rizzoli

Remixing – Viaggi nella musica del XXI secolo – DJ Rupture – EDT

Blade Runner vs Blade Runner 2049

In questo articolo confronteremo gli esiti dei due capitoli ispirati dall’opera di Philip K. Dick “Do androids dream of elettric sheep”, racconto distopico basato sulla prospettiva che in un futuro l’umanità possa produrre e disporre, anziché ‘solamente’ di forme di intelligenza artificiale come ci accingiamo a quanto pare effettivamente a dotarci, di replicanti, come vengono definiti nel film (ma in altri casi più spregevolmente ‘lavori in pelle’) del tutto analoghi all’essere umano, tranne ipoteticamente che nelle emozioni; altrettanto ipoteticamente nei propositi dei costruttori, nel primo capitolo la Tyrell Corporation, nel secondo la Wallace Industries, questi replicanti dovrebbero essere completamente asserviti alle esigenze degli umani.

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Human Traffic

La pellicola che presentiamo oggi, si chiama Human Traffic. Il giorno di Ferragosto (data in cui scriviamo l’articolo) era il giorno più di ogni altro nell’epoca dei club house in cui il nomadismo verso le discoteche arrivava al suo apogeo!

Il film, piccolo cult di fine anni ’90, racconta questo mondo, utilizzando come veicolo le vicende incrociate dei suoi protagonisti.

Se dobbiamo dare un parere sulla pellicola, il giudizio è complessivamente positivo, commedia che scorre liscia con qualche momento esilarante, e tra i personaggi figura anche una comparsata nientemeno che di Carl Cox nei panni del tipico boss della discoteca dove confluiscono i protagonisti, ma non possiamo dire che il clubbing in questo film sia elevato a religione, diversamente, è l’habitat neanche tanto esclusivo (in parallelo per tutto lo svolgimento dei fatti ai pub) dove i giovani protagonisti vivono le loro vicende. La narrazione popolare di questa produzione britannica è nel solco di molti altri film generazionali del periodo, primi tra tutti Trainspotting e Billy Elliot e mettiamoci anche svariati lavori del leggendario Ken Loach e pure Guy Ritchie, con i protagonisti che si muovono tra foschie e abitazioni di mattoni scuri e le miserie della working class inglese, non troppo diverse da quelle delle altre nazioni, a meno forse di un’inclinazione alla cagnara non sappiamo se vera o un po’ romanzata.

Il mondo delle discoteche di tendenza e dei rave, pur avendo raggiunto dimensioni considerevoli, a vedere anche da quest’unica testimonianza cinematografica, non è mai diventato un fenomeno abbastanza noto da incoraggiare i produttori a prenderlo con la dovuta attenzione, come era successo per la precedente ondata degli anni ’70, con i vari ‘Saturday night fever’ e i successivi ‘Studio 54‘ e ‘The last days of disco‘. Prima di lasciarvi alla visione di Human Traffic vi segnaliamo solo la disponibilità di numerosi documentari e libri sul fenomeno, che andiamo in fondo a questo articolo a elencarvi; ma ora gustatevi il film oggetto di questo articolo:

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Se poi il film vi avesse preso bene potete dirvi fortunati, pare che sia in produzione proprio in questo 2016 il sequel, lo si evince da questo tweet di Danny Dyer:

A oggi, otto ottobre 2019, possiamo dire che la precedente promessa da parte del regista, se non del tutto mantenuta, è in dirittura di arrivo (a riprova anche che il sito viene continuamente aggiornato). Da diverse fonti si ventila dell’imminente uscita del sequel, consigliamo a chi fosse interessato di seguire la pagina Facebook relativa al progetto, che viene aggiornata spesso anche negli ultimi giorni:

https://www.facebook.com/HumanTrafficRevolution

Bibliografia:

Traveller e raver

Club Confidential

Generazione ballo sballo

Le Monde de Paul Delvaux

A qualche intenditore particolarmente sensibile farà piacere ritrovare tra le pagine di questo tumblelog una chicca rarissima e misconosciuta come questa, il breve film sull’artista belga di Henri Storck (un tripudio di erotismo in chiave surrealista appunto, come nello stile dell’artista belga), musicato da André Souris!

Signore e signori, buona visione!