Nicola Guiducci, il Plastic e Milano

Questa volta vi parlo tanto dell’eclettismo in discoteca, un dj e i suoi set dovrebbero avere un andamento e un excursus basati sulla varietà ovunque, viste le molteplici vibrazioni che ci può offrire la musica (ma abbiamo anche prestigiosi esempi opposti, come l’offerta musicale di Marco Bellini e Moka dj ad esempio).

Qui però voglio completare il quadro del panorama nazionale, una volta compiuto anche il più impegnativo, quello sulla scena romagnola.

Ma l’obiettivo di questa domenica è deciso: dare lo spazio al personaggio, al locale da lui realizzato, e non di meno spendere alcune parole sulla città che lo ha accolto e che tanta parte ha del suo successo, come di quello di tutte le persone che vi hanno transitato occupandosi di argomenti più o meno immateriali: arte, musica, moda, spettacolo, design, e chi più ne ha più e metta!

La sua storia è quella di uno dei tanti che dalla provincia italiana è passato a Milano, definita a suo tempo “la capitale morale” dell’Italia, ma che a oggi ne risulta la capitale economica e per molti aspetti culturale, certamente a livello contemporaneo distilla il meglio che esportiamo all’estero.

Da Pistoia arriva alla fine degli anni ’70 e nel 1980, assieme a Lucio Nisi (recentemente venuto a mancare) che ne era il proprietario, nella storica sede di Viale Umbria apre il sipario di questo locale diventato nel corso degli anni celebre anche oltre confine. Il fil rouge del locale è l’eclettismo, di cui Guiducci alla consolle ne rappresenta appieno il significato, con selezioni musicali spiazzanti ma molto apprezzate dal suo pubblico, il resto è un’accorta strategia di marketing potremmo dire – trattandosi di Milano – scenografie sottilmente ricercate, code all’ingresso vere o costruite, selezione del pubblico, una clientela molto variegata, un clima gay-friendly, come è d’obbligo nei migliori locali di tendenza, e forse in più rispetto agli altri locali che si stanno facendo strada in Italia, diventa nota la frequentazione da parte di star del jet-set internazionale: si narra vi siano transitati, tra gli altri, Keith Haring, Grace Jones, Madonna, Elton John, Elio Fiorucci, Andy Warhol, Freddie Mercury, e questo ha certo influenzato positivamente la fama del locale. Dal 2012 la sede è stata spostata in via Gargano in un vecchio immobile adattato fin da prima dell’arrivo di Nisi e Guiducci a discoteca, sempre a Milano, e la storia continua …

Dovendo tirare le somme delle poche righe scritte su questa realtà di cui, per chi volesse approfondire, sono già stati scritti libri interi e girati documentari, dobbiamo dire che si tratta del classico caso in cui la persona giusta, Guiducci, dalle capacità e dai trascorsi non comuni (uno dei pochi credo che girasse l’Italia e l’Europa da ventenne negli anni ’70), incontra altre persone giuste, Elio Fiorucci, i fratelli Nisi e negli anni Rosangela Rossi e Sergio Tavelli (d’altronde la vita è l’arte dell’incontro), si trova nel momento giusto, in Italia nei primi anni ’80 il clubbing di qualità è tutto da inventare, e peraltro in un cocktail esplosivo, pure nel posto giusto: Milano!

Perché il posto giusto?! Perché pur essendo veri tutti i parametri sopra riportati (e sennò non li avrei scritti, no?!), è di primaria importanza il contesto dove si opera, credo solo Milano potesse offrire la piazza della moda e dei suoi registi (Fiorucci), l’esplosione delle tendenze che avrebbero poi preso piede in tutta la nazione (i paninari, poi magari spiegheremo che c’entrano col Plastic), le persone giuste, quelle sia da una parte che dell’altra dell’ipotetico “banco” del Plastic, dove serviva sì un DJ/art director che avesse in se le prerogative sia di un Leo Mas che di un Vasco Rigoni, un amministratore, anch’egli da fuori Milano, Nisi, che avesse le stesse abilità di un Bellinato, ma anche di un pubblico, che rispetto a quello che si poteva trovare nella riviera adriatica, sia a Jesolo che a Riccione, composto prevalentemente di teen-ager in vacanza (ma anche di punter che “militavano” in questi locali anche d’inverno a onor del vero), nella città meneghina poteva e può contare oltre che sulle star del jet-set internazionale sopra citate, anche su un pubblico di tendenza fatto di designer, stilisti, art-director, modelle, artisti e musicisti, fashion victims e chi più ne ha più ne metta, come non è possibile ritrovarne tali e tanti in nessun altra città italiana, Capitale compresa. Prova ne è che il Kinki di Bologna, per fare un esempio, pur avendo tutte le carte in regola del locale di tendenza centralissimo, una militanza coerente tanto come quella del Plastic, una direzione artistica e musicale all’altezza e una data di apertura anche precedente, non è mai riuscito a superare una fama provinciale, forse regionale, a causa del respiro ahimè non internazionale della città rossa, anche se al suo interno, detto da chi ci è vissuto e l’ha frequentata per anni, c’è, o almeno c’era, un fermento invidiabile per qualsiasi metropoli occidentale.

Ah, a proposito di paninari, che c’entrano direte voi con la storia del Plastic?!

C’entrano eccome, se pensiamo che sono loro, dopo i precedenti importati dall’estero dei decenni passati (beat e mod per citarne un paio), la sottocultura che partendo questa volta da Milano propaga in tutta Italia e all’estero, lo stile di vita oltre che estetico di stampo italiano: look accurato e un’attenzione maniacale a tutti gli aspetti comunicativi, dallo slang alla moto e all’auto, dai dettagli alle scelte di come trascorrere il tempo, dando ai giovani di tutto lo stivale negli anni a venire una nuova consapevolezza, che alla fine siamo sempre noi, figli del Belpaese a dover fare da avanguardia in tutto l’occidente per quanto riguarda stile e divertimento, nel look, come nella musica e nelle arti in genere!

Per chi è arrivato fin qua, come al solito merita un premio, il documentario sul Plastic a cura di Simona Siri, che intervistando gli insider della “ditta”, tra cui Guiducci, Nisi e Fiorucci, ci spiega perfettamente l’origine e l’evoluzione di questa storia meneghina:

Bibliografia:

This is Plastic – Elio Fiorucci, Nicola Guiducci, Lucio Nisi – Echo Communication

VESTAX Mixstation AA-88

Andiamo a descrivere in questo articolo un componente audio molto speciale: la Mixstation AA-88 di Vestax.

Prima di descrivere l’integrato in oggetto sarebbe opportuno presentare il brand, glorioso e allo stesso tempo piuttosto controverso, a partire dalla scelta di marketing fatta fin dagli inizi, ovvero quella di rivolgersi esclusivamente a musicisti in un primo tempo e poi solo ai dj, senza inserirsi nel gigantesco ambito “consumer”, da dove si presume i concorrenti, Pioneer e Matsushita-Panasonic abbiano ricavato in questi anni la gran parte dei rispettivi fatturati, con progetti molto più semplici ed economici di quelli che giocoforza bisogna proporre ai professionisti.

Vestax inizia la sua avventura nel 1977 e la termina nel 2014, non riuscendo perciò a durare neanche quattro decenni pieni. In questi anni inserisce bellissime apparecchiature e di livello assoluto, assieme ad altre idee che hanno fatto letteralmente irritare diversi fan del marchio, giradischi basculanti, altri a forma di chitarra elettrica, macchine per incidere dischi in piccola scala dal costo comunque elevato, e non ultimo il mixer che prendiamo qui in esame, di cui molti si sono chiesti il perché della presenza di un registratore MiniDisc, ma soprattutto di un sintonizzatore radio. Diciamo che in questo caso la proposta di “Active Audio” del costruttore, così si chiamava la linea di cui facevano parte anche il mixer PMC 01A, la consolle compatta CDX-12 e gli altoparlanti VRM-1 è stata poco compresa dalla clientela (oltre che spinta in modo non troppo convinto dal brand), mentre ritengo che per un mercato di nicchia fosse in potenza molto apprezzabile.

Fanno venire parecchi dubbi anche i nuovi mixer e amplificatore della rediviva StpVestax, che da qualche anno propone questi due singoli componenti (che dal vero hanno visto in pochissimi) a prezzi ufficiosi talmente elevati da ritenersi difficili da considerare anche in una mega-discoteca, ma questa è un’altra storia. Vediamo ora invece la Mixstation AA-88!

Apparecchiatura multifunzionale per eccellenza, si compone in un’unica unità integrata di:

  • Lettore CD con controllo del pitch +/- 8%
  • Lettore/registratore MiniDisc
  • Radio con bande differenti a seconda del Paese di destinazione
  • Pre-amplificatore/mixer a tre canali
  • finale di potenza da 2×15 watt

Ma è dal punto di vista stilistico che questo esclusivo integrato si distingue da qualsiasi apparecchiatura di produzione/riproduzione musicale: non vi è infatti nessun componente professionale, né alcun home hi-fi che abbia in comune gli aspetti stilistici della Mixstation, anzi se vogliamo la AA-88 prende finemente spunto da entrambi i mondi e dosa gli elementi in maniera così raffinata da proporre un design completamente inedito. Lo possiamo solamente associare per dimensioni e qualche nota esteriore al super-mixer PMC-60, di alcuni anni anteriore, di cui per inciso possiamo riferire da fonti ben informate che un esemplare fosse stato scelto nientemeno per la consolle del Cocoricò di Riccione (io di quella discoteca frequentavo il Titilla, il privè house, e il morphine, la zona chill out; dalla sala grande ci sono solo transitato raramente, la gabber che suonavano all’interno mi disgustava).

Vestax PMC-60 Professional mixing controller

Le dimensioni fuori-standard, più largo e più profondo dei comuni hi-fi da rack domestico prende spunto dall’ambito dei mixer professionali, il PMC-60 appunto, il mondo TASCAM etc., così come l’inclinazione dei magnifici display dai caratteri retroilluminati azzurri, il palissandro massello utilizzato per i fianchetti del mobile, il mobile formalmente diviso in due unità, descritte dalla scanalatura orizzontale presente nella facciata, e le due gradazioni di verniciatura color champagne, lo rendono di un’eleganza senza paragoni.

Quasi profetica la suddivisione nei due blocchi, che ricalca quella che sarebbe stata attuata venti anni più tardi con l’uscita (si fa per dire, visto che dal vero credo non li abbia visti ancora nessuno) dei due componenti separati Phoenix e Starling del rinato brand StpVestax.

Sul retro, in alto a sinistra un’ampia serie di ingressi permette di connettere al mixer/pre-amplificatore varie unità fra cui ovviamente i giradischi (vi sono due ingressi phono) e sulla parte posteriore destra si presenta anche un bel dissipatore passivo per raffreddare la sezione di amplificazione; anche se l’AA-88 emette soli quindici watt per canale, dobbiamo tener conto che il finale è integrato a sintonizzatore, registratore/riproduttore mini-disc, lettore-cd e mixer.

Questo pre-ampli/mixer, da approfondite ricerche svolte negli ultimi anni, che mi hanno portato con molti sforzi anche economici a recuperarne tre unità (oltre alla probabile unica coppia disponibile al mondo di diffusori VRM-1, sempre dello stesso marchio), fu prodotto e commercializzato dal 1996 al 1999 dal celebre produttore giapponese specializzato per le attrezzature da disk-jockey e con il pallino per i progetti fuori dagli schemi, a un prezzo attorno alle 1300£/1900$; pare che la AA-88, a causa del valore molto elevato, oltre che a delle dimensioni fuori-standard e a una certa delicatezza data dalle finiture pregiate, sia stata prodotta in pochissime unità. Dai dati recuperati, ritengo che le AA-88 esistenti in tutto il mondo siano in un ordine di grandezza tra le venti e le trenta unità, in prevalenza in Giappone e negli USA e quelle oggetto di compravendita tra collezionisti negli ultimi due lustri a livello planetario, starebbero a quanto pare entro le dita di una mano.

La Mixstation Vestax AA-88 abbinata ai monitor VRM-1

Le prestazioni sono di livello “state-of-the-art” e la presenza dell’apparecchio in un ambiente è di assoluto rilievo, perciò desidero condividere con tutti voi la conoscenza di questo meraviglioso mixer, eguagliato solo dal modello Phoenix (indicativo anche nel nome della rinascita del brand dopo il fallimento del 2014), affiancato dal finale Starling, per un’accoppiata che andrebbe a sostituirlo (in parte, dato che non presentano né sintonizzatore, né strumenti di registrazione di alcun tipo) a prezzi stellari oltreché ufficialmente non noti, si dice tra i diecimila e i ventimila euro per la coppia.

Bibliografia:

Articolo da hifiaudiovintage.

Il sito della rediviva stpVestax

La scheda sul database gearogs

La scheda degli altoparlanti VRM-1 su gearogs

La scheda della cuffia monofonica KMX-3 su gearogs, ideale complemento del mixer AA-88

Articolo su DJMag sul nuovo mixer Phoenix che ne attesta il prezzo

La trilogia degli Illuminati e le sue filiazioni

Cominciamo ad abbozzare un articolo riguardo l’opera di Robert Anton Wilson e Robert Shea e tutto quanto è sorto per gemmazione negli anni a venire. Ci sono fior di siti e tanto di pagine su Wikipedia a questo riguardo, ma cercherò di darne una mia visione personale e una particolare contestualizzazione nel solco di quanto narrato in questo tumblelog.

La Trilogia nasce a partire dal primo romanzo “L’occhio della piramide” del 1975, per poi proseguire con “La mela d’oro” e “Il leviatano” forse prendendo in parte il suo spunto da testi precedenti come quella sorta di hard-boiler mistico di “Mumbo Jumbo” dell’autore afro-americano Ishmael Reed, testo degli anni ’30 dello scorso secolo; si narra da molte fonti che sia stata lo spunto per best seller di divi della pagina stampata come Umberto Eco col suo “Il Pendolo di Focault” e la saga di Robert Langdon di Dan Brown. Certamente il saggio inetichettabile di John Higgs, “Complotto” nella versione italiana e “KLF” nella versione originale, tratta ampiamente il putiferio e l’entusiasmo sollevato negli anni da questa deflagrante Trilogia.

Io li segnalo come dei titoli assolutamente imprescindibili per chi si interessi agli argomenti e ai filoni trattati nel mio blog e invito tutti a tuffarsi nell’incredibile avventura per la mente provocata dagli strippi psichedelici del duo americano!

Mentre per quanto riguarda il saggio sui KLF di Higgs, che possiamo definire una “mega-recensione” sull’opera del duo Drummond-Cauty nelle varie denominazioni utilizzate negli anni, voglio suggerire il confronto tra questo incredibile approfondimento, con quello che comporta nella fruizione di un progetto di tale complessità (a volte sconfinante nell’astruso e nel puro dada/situazionismo) e quello che è stato per quanto mi riguarda uno dei maggiori fari nella scoperta del rock (o almeno era quello che avevo pensato in larga parte almeno a fino questo confronto impietoso), ovvero l’italiano Piero Scaruffi, esportato da decenni negli USA nella sua qualità di ricercatore. Questo eclettico soggetto è per alcuni appassionati di musica una leggenda (tra luci e ombre) nella categoria dei critici musicali, avendo scritto i sei volumi de “La storia del rock” di Arcana Editrice, poi confluiti nel suo delirante sito enciclopedico sulla storia dell’arte mondiale dalla nascita di Abramo in poi. Questo lavoro, che egli pretende essere esaustivo sull’argomento, si vede nel raffronto col lavoro di Higgs quanto abbia un approccio superficiale, basato su un frettoloso ascolto e su una raffazzonata raccolta di informazioni. Leggete la scheda collegata al link che riporto qui sotto e tiratene le conclusioni:

Piero Scaruffi – KLF

Non si fa così caro Piero, ma grazie del tuo indiscusso impegno!

Se passiamo a definire il contributo del libro di Higgs invece, ogni fan dei KLF dev’essere profondamente grato per questo lavoro, che mette in connessione passo-passo la saga de “The Illuminatus” con i pezzi del duo, facendoci comprendere esaustivamente la progressione di album, gag situazioniste, uscite e rientri in scena di questi due folli personaggi e certi atti da loro espressi lungo un percorso ormai ultra trentennale.

Bibliografia:

il sito di Robert Anton Wilson

Complotto – John Higgs – Nero Edizioni

Mumbo Jumbo – Ishmael Reed – Rizzoli

Electro: elettronica, visioni e musica

La musica techno e house è ormai arte totale. Un importante evento a cura di Jean-Yves Leloup già tenutosi alla Philharmonie de Paris e passato per la 58esima Biennale di Venezia 2019, che si appresta a raggiungere Londra nella prestigiosa sede del Museo del Design, celebra l’evidente successo dell’ondata dance basata sulla strumentazione elettronica.

Tale stile musicale, essendo stato fin dal principio irradiato da un solo individuo, quasi mai molto appariscente, posto dietro a una consolle, il dee-jay e non più da vistosi complessi od orchestre, ha promosso la partecipazione del pubblico, da spettatore a co-protagonista di quanto accadeva, prima nella discoteca, successivamente nei rave, fino ai grandi eventi degli ultimi anni, ADE (Amsterdam Dance Event) e Tomorrowland su tutti.

Lo Smiley diventa soggetto di un'opera d'arte contemporanea

Untitled (The Endless Summer) – Bruno Peinado – 2007: Pannello composito in alluminio, lacca, taglio CNC, neon, variatore, trasformatore. Edizione di otto esemplari; Courtesy Galerie Loevenbruck, Parigi.

Da situazioni semi (o del tutto) clandestine, la lunga serie di happening, o per certi aspetti eventi mistico-iniziatici accaduti negli anni ha dato luogo a quello che ormai, a partire da questa mostra inserita nella kermesse più importante al mondo, è promosso pienamente come movimento artistico. Tali eventi accadevano nel Regno Unito sotto forma di rave illegali, in Italia (riviera adriatica, tra Riccione e Jesolo) e Spagna (Ibiza in particolare) dentro a locali che erano delle situazioni a volte di legalità sospesa o presa quantomeno un po’ sottogamba. Si pensi che in Gran Bretagna fu promulgata al riguardo una legge specifica, il Criminal Justice and Public Order Act del 1994. Per quanto riguarda l’Italia, vi fu tutta la stagione delle “mamme rock” e delle ordinanze per anticipare la chiusura dei locali.

E’ appurato dunque che sia gli eventi clandestini accaduti nelle campagne inglesi narrati da Simon Reynolds in “Generation Ecstasy“, che quelli accaduti in Italia descritti in questo tumblelog siano passati, da fenomeni da censurare come venivano trattati (e avversati) mentre si sviluppavano, a fatti artistici tout court meritevoli di una postuma musealizzazione.

Dancefloor: Panorama 1987-2017 AA. VV.

Tra gli artisti che hanno contribuito compaiono Jacob Khrist, Soundwalk Collective, Bruno Peinado, Moritz Simon Geist, 1024 architecture e molti altri. Un nugolo di fotografi sono quelli direttamente coinvolti nel fenomeno rave e dance della propria nazione: da Alexis Dibiasio a Olivier Degorce, da Alfred Steffen a Caroline Hayeur, la carrellata di personaggi e di luoghi è estremamente vasta e permette a chi non fosse già addentro di farsi un’idea dell’universo variopinto che dà vita a questo fenomeno. L’opera “Divinatione” del fotografo Jacob Khrist in particolare, vuol promuovere l’evoluzione di Parigi come novella metropoli europea coinvolta nel fermento rave/elettronico internazionale.

Particolarmente interessanti i lavori prodotti dal collettivo 1024 Architecture, François Wunschel, Jason Cook e Pier Schneider, CORE, un viaggio sensoriale e visivo, ove attraverso fibre ottiche, al ritmo del sound di Laurent Garnier si anima uno spettacolo luminoso 3D:

e “Walking-cube”, un prodigioso sistema di automazione, ove una struttura metallica sollecitata da segnali digitali si muove, cambiando forma e dimensioni, emettendo inoltre un suono ritmato molto coinvolgente; lavoro questo in continuità a dire il vero con tutto un filone già visto in scorse edizioni della Biennale piuttosto che della dOCUMENTA di Kassel, e certamente in un’installazione al museo di arte moderna di Budapest di cui eventualmente in futuro darò maggior conto:

Moritz Simon Geist, performer, musicista e ingegnere,  espone un esemplare della sua collezione di robot sonori MR-808 Interactive, che replica il suono della celebre drum machine cui si ispira, la Roland TR-808, strumento principe fin dalla sua creazione per tutta l’house la techno, a fianco della sorella TB 303 le cui linee di basso vennero sfruttate con particolari tecniche per il genere acid house. La 808, come è ovvio, dà il nome al leggendario duo inglese 808 State.

Per quanto riguarda l’edizione veneziana, nel succulento ciclo di conferenze curate da Guglielo Bottin, oltre alla performance di Bruno Belisimo, all’ottima conferenza di Fabio De Luca, alla presenza di Lele Sacchi (di cui consiglio il recente saggio “Club Confidential”) segnalo come sigillo della manifestazione l’intervento sullo stile “Balearic” e successivo dj set del co-fondatore di questo genere, Leo Mas. In Francia e Inghilterra la mostra ha compreso nel titolo il nome degli artisti nazionali più noti nel genere, Daft Punk e Chemical Brothers (in quei Paesi la manifestazione si intitola: “Electro, from Kraftwerk to…” seguita dal nome delle band delle rispettive nazionalità), alla Biennale implicitamente, con la chiusura dell’evento a lui riservata, si è voluta dedicare l’esposizione al DJ milanese celebrando la sua gloriosa militanza. Probabilmente si è preferito non inserirlo nel titolo in quanto personaggio troppo underground per essere immediatamente riconosciuto dal grande pubblico, anche se va detto che Leo è una gloria ultratrentennale nel panorama musicale internazionale, tra le altre cose negli anni ’90, unico periodo in cui abbiamo avuto mega-manifestazioni elettroniche in Italia, è sempre stato l’headliner sia dell’ Exogroove che del Syncopate.

Leo Mas celebrato alla Biennale 2019

Dj eclettico e clubbing alternativo da Ibiza a Jesolo:

Bibliografia:

Il booklet della tappa veneziana dell’evento

Generazione ballo sballo – Simon Reynolds – Arcana editrice

A brief history of Acid House “The true story of how a synthesizer accidentally changed the world” – Suddi Raval – Attack Magazine

Join The Future: Bleep Techno and the Birth of British Bass Music – Matt Anniss – Velocity Press

Sitografia:

La pagina della Philarmonie de Paris relativa alla tappa originaria dell’evento

La pagina della Biennale relativa allo specifico evento “Electro”

La pagina dell’attuale tappa inglese dell’evento

Il sito personale del curatore e produttore veneto Guglielmo Bottin

L’alchimia delle collaborazioni e del sampling.

In questo articolo trattiamo una diversa sfumatura di quanto già sviscerato in quello riguardante le contaminazioni nell’arte, volendo evidenziare quel particolare fascino che hanno i due fenomeni citati nel titolo, ovvero collaborazioni tra artisti apparentemente di diversa natura che escono con un progetto comune e il differente caso del sampling, ovvero quasi di un “furto”, di un saccheggio di canzoni o parole o suoni già esistenti al fine di infarcire un nuovo soggetto, una nuova track che in alcuni casi suona perfettamente armonica, in altri invece, volutamente, diviene una sorta di Frankenstein musicale, sempre però piacevole e ben riuscito. Non a caso la sampladelia nella colorita definizione di Simon Reynolds è una sorta di  “zombie music: parti sonore, riff, parti cantate vivisezionate dalla traccia originale e galvanizzati nel senso originale del termine (ovvero migliorati dalla loro condizione originale, magari all’interno di un contesto totalmente inoffensivo, attraverso un sottile riporto di materiale superficiale che rende nella nuova versione il materiale potentissimo), suoni morti rianimati come uno zombie, un corpo haitiano portato indietro a una sorta di semi-robot da uno stregone voodoo (il produttore), che usa i sample come degli schiavi”.

Prima di addentrarci a fondo nella materia musicale, in questo Frankenstein dell’arte cito il caso, cui sono al bandolo grazie al Paul Miller citato nella Bibliografia riportata al termine dell’articolo. E’ stato proprio ascoltando la sua conferenza al Google Headquarter in California in occasione della presentazione del suo libro “Sound Unbound”, riguardante proprio la materia del sampling, ho notato che alle sue spalle aveva un’immagine stranamente familiare, del tutto simile a quella utilizzata nella grafica del disco d’esordio dei Cybotron, il leggendario “Enter”. Tale immagine era già stata utilizzata dallo stesso autore nelle tournee del suo testo precedente, “Rythm Science”, in entrambi i casi a Spooky Dj voleva far notare il nesso tra tecnologie, arte e saccheggio della produzione altrui e successiva rielaborazione in un nuovo lavoro.

DJ Spooky

L’opera era il risultato dello sviluppo di un’apparecchiatura inventata dallo scienziato e medico Étienne-Jules Marey a fine ‘800 per poter approfondire i suoi studi sul movimento del corpo umano e animale:

DJ Spooky introducing Rebirth of a Nation

tale tipo di risultati rimandano innanzitutto alla corrente del futurismo, che in opere come “Rissa in Galleria” o “La città che sale”, o ancor meglio nel classico di Boccioni “Dinamismo di un ciclista”, visibile al Guggenheim di Venezia, evidenziano il debito a questo tipo di ricerca, ma anche al più recente lavoro di Jamie Putnam per la copertina del trio di Detroit del 1983, che rimanda in maniera evidente anch’esso al lavoro di Marey attraverso la scomposizione dell’immagine in una sorta di pixel primordiali:

Cybotron_enter

Secondo una definizione di Artur Kroker e Michael Weinstein, la sampladelia è  manifestazione di un certo archivismo della cultura Cyber-punk, che prende gli ultimi ottant’anni di suoni registrati e li ri-contestualizza, li ricondiziona e li ri-fonde in una sorta di morphing dove un suono si mescola con un altro e il risultato finale è un nuovo soggetto.

I primi campioni si possono far risalire agli MC dei primi hit rap, come non ricordare al riguardo il celebre campionamento di “Good times” degli Chic ad opera della Sugarhill Gang nella mitica “Rapper’s delight”:

Un certo utilizzo della musica si faceva già nel dub utilizzato nei sound-system giamaicani, dove spesso il lato-b dei vinili lì prodotti era la versione solo strumentale della canzone presente nel fronte, ottima per essere mixata e ballata.

Il “Vs” invece è il fenomeno per il quale si fa una collaborazione per contrasto, dove un artista “alto” collabora con uno di strada, o un artista bianco (nell’accezione che è armato di chitarre) dialoga con uno nero (notare che i musicisti neri, con l’eccezione del meticcio Hendrix, non si lanciano pressoché mai nelle distorsioni chitarristiche tipiche del genere hard rock), o uno dalle linee più soft si “confronta” con un altro o una formazione dai suoni più duri.

Caso di scuola a questo titolo il pezzo “Walk this Way” tra Run DMC e Aerosmith; da quel momento il mix tra rap e hard rock si sarebbe definito crossover:

Ognuna di queste due pratiche crea una sorta di nuove ‘sinapsi’ nell’intelligenza musicale planetaria, permettendone la crescita del corpo universale.

Tante sono le linee d’origine del fenomeno; forse andremo a svilupparle in futuro. Qui ci piacerebbe più che altro fare un elenco il più possibile sintetico dei più eclatanti frutti del Vs e del sampling. Se vogliamo il primo in musica è un elemento quasi necessario, se il Vs (dal latino versus ovviamente, l’uso è lo stesso che se ne fa nella boxe o nel wrestling) è la spinta verso la collaborazione più estemporanea e originale, una minima collaborazione tocca a tutti, anche a quei musicisti che si fregiano di fare uscire l’album a loro nome: come sarebbe stata la carriera di Bruce Springsteen senza la E-street band, Lou Reed è stato certamente un gigante, ma è cresciuto nei Velvet Underground e sopratutto nella Factory di Andy Warhol, Micheal Jackson deve molto, nel bene e nel male, a suo padre e ai suoi fratelli, il resto a Quincy Jones, il suo produttore, senza il quale difficilmente sarebbe diventato il divo del pop, idem Madonna che pare una “self-made-woman”, ma dietro le spalle agli esordi ha avuto personaggi del calibro di Nile Rodgers. Persino quell’incredibile personaggio di David Peel (mancato nell’aprile del 2017 nell’indifferenza generale, quando lui era assieme a Maharishi Mahesh Yogi uno dei guru di John Lennon), all’origine un one-man-band senza fissa dimora, si dovette comunque fare assistere da Peter Siegel per registrare il suo imprevisto album d’esordio “Have a Marijuana” e proprio da John Lennon e Yoko Ono per il successivo “The Pope Smokes Dope”; inoltre non disdegnava di accompagnarsi con altri artisti, normalmente dei freak come lui, come in questo caso in cui duetta con Dionna Dal Monte in una performance irresistibile:

Andando ora al nocciolo delle commistioni tra collaborazioni e utilizzo dei campionamenti, partiamo in questa rassegna:

Il protagonista del jazz e del fusion Herbie Hancock collabora nel lontano 1983 con il poliedrico Bill Laswell proveniente dalla No-wave newyorkese e l’MC Grandmixer D.ST per uno dei primi “Frankenstein” del genere, la mitica rockit:

Poco tempo dopo inizia l’avventura di un altro dei più interessanti fenomeni del genere: il produttore Trevor Horn (già negli Yes e nei Buggles), addirittura un giornalista musicale in questo caso, Paul Morley e i musicisti J. J. Jeczalik, Anne Dudley e Gary Langan danno vita agli Art of Noise,  dal nome del manifesto musicale del futurista Luigi Russolo, diventando tra i pionieri del fenomeno del campionamento e di tutto il modo di costruire musica di lì in poi. In questo articolo, il pezzo che ci sembra più adatto da inserire è la leggendaria Paranomia, ma dovremmo ricordare per l’importanza all’interno dell’argomento che andiamo trattando, una lunga serie di brani, tra cui impossibile non citare almeno “Moments in love” e “Beatbox”.

Dì lì a poco, nel 1987, il pezzo che fa deflagrare definitivamente “l’arte del campionamento”, la leggendaria “Pump Up The Volume” dei M|A|R|R|S, anch’esso un ensemble molto particolare, formato dagli A.R. Kane e dai Colourbox, con in più la collaborazione di due DJ, Chris “C.J.” Mackintosh e Dave Dorrel. Il brano è, come sottolineato anche dal video, un vero e proprio caleidoscopio di campioni musicali, che possiamo segnalare presi da James Brown a Cool & the Gang, da Erci B. e Rakim a Whistle (in tutto sono stati contati dieci sample da altrettanti artisti e brani); il patrocinio del progetto viene ascritto al produttore Ivo Watts-Russell:

Non una collaborazione occasionale questa di Lindy Layton coi Beats International, che anzi era componente fissa del gruppo, ci sembra dare il là a tutta una serie di progetti da lì in poi (vedasi Lamb, Portished, Tricky, gran maestro di duetti e contaminazioni tra voci superfemminili e suoni digitali), aggiunge la sua voce soul al loro suono basico, batteria, linea di basso e pochi effetti:

In questa misconosciuta collaborazione tra i super-tecnologici 808 State e i classici del reggae, gli inglesi UB40, c’è proprio tutto quanto fa al caso nostro, un bel “Vs” eterogeneo tra gruppi di generi musicali apparentemente inconciliabili e inoltre nella canzone si può cogliere il campione da “The model” dei Kraftwerk:

Una giovanissima e allora sconosciuta Bjork Gudmundsdottir mette a disposizione la sua versatile voce, sempre per una collaborazione con gli 808 State, nell’album ex:el, nel quale in totale si contano due tracce con la cantante islandese:

Il famigerato e inedito “Vs” tra il musicista d’avanguardia Jon Hassel e gli (ancora loro) 808 State:

Poi, non fosse altro che per vederlo una volta in più, segnaliamo come il capolavoro dei Massive Attack (fin dall’epoca del Wild Bunch una sorta di collettivo aperto a elementi di ogni tipo) “Unfinished sympathy” prenda a prestito l’urletto femminile originariamente inserito nella Planetary Citizen degli impronunciabili Mahavishnu Orchestra e John McLaughlin, pubblicata quindici anni prima:

A chiusura, almeno temporanea della serie di collaborazioni e campionamenti, ci piace inserire questa traccia, dove in verità gli Orb si sono all’epoca appropriati indebitamente di un’intervista di Rickie lee jones, nella quale la leggendaria cantante americana, probabilmente in quel momento vittima di un brutto raffreddore, raccontava della sua infanzia, di come dalla sua casa vedesse delle meravigliose, morbide nuvolette; inserendo questo campione vocale all’interno di una serie di suoni anch’essi molto “sampladelici” ne è venuto fuori un pezzo che è un vero mito:

Infine un piccolo cenno alle tecnologie che hanno permesso lo sviluppo di tutto quanto accaduto all’interno della penultima decade dello scorso secolo, “sintetizzato” è proprio il caso di dire, all’interno di questo articolo: senza il Synclavier della New England Digital e il più economico e quindi più diffuso Fairlight CMI dell’omonima azienda, questa e altre mille storie non potrebbero essere stata raccontate!

Chiudiamo l’articolo con questo video che testimonia il nostro sogno di gioventù di stare dietro a queste consolle in qualità di produttori e/o ingegneri del suono:

Bibliografia:

Rhythm Science – Paul D. Miller Aka Spooky DJ that subliminal kid – MIT Press LTD

Sound Unbound – Paul D. Miller a.k.a. Spooky DJ – Edizione inglese: MIT Press LTD, edizione italiana: Arcana Editrice

Storia del Rock voll. 1-6 – Piero Scaruffi – Arcana Editrice

Energy Flash – Simon Reynolds – Arcana Edizioni

Hip-Hop raised me – DJ Semtex – Rizzoli

Remixing – Viaggi nella musica del XXI secolo – DJ Rupture – EDT

Blade Runner vs Blade Runner 2049

In questo articolo confronteremo gli esiti dei due capitoli ispirati dall’opera di Philip K. Dick “Do androids dream of elettric sheep”, racconto distopico basato sulla prospettiva che in un futuro l’umanità possa produrre e disporre, anziché ‘solamente’ di forme di intelligenza artificiale come ci accingiamo a quanto pare effettivamente a dotarci, di replicanti, come vengono definiti nel film (ma in altri casi più spregevolmente ‘lavori in pelle’) del tutto analoghi all’essere umano, tranne ipoteticamente che nelle emozioni; altrettanto ipoteticamente nei propositi dei costruttori, nel primo capitolo la Tyrell Corporation, nel secondo la Wallace Industries, questi replicanti dovrebbero essere completamente asserviti alle esigenze degli umani.

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Human Traffic

La pellicola che presentiamo oggi, si chiama Human Traffic. Il giorno di Ferragosto (data in cui scriviamo l’articolo) era il giorno più di ogni altro nell’epoca dei club house in cui il nomadismo verso le discoteche arrivava al suo apogeo!

Il film, piccolo cult di fine anni ’90, racconta questo mondo, utilizzando come veicolo le vicende incrociate dei suoi protagonisti.

Se dobbiamo dare un parere sulla pellicola, il giudizio è complessivamente positivo, commedia che scorre liscia con qualche momento esilarante, e tra i personaggi figura anche una comparsata nientemeno che di Carl Cox nei panni del tipico boss della discoteca dove confluiscono i protagonisti, ma non possiamo dire che il clubbing in questo film sia elevato a religione, diversamente, è l’habitat neanche tanto esclusivo (in parallelo per tutto lo svolgimento dei fatti ai pub) dove i giovani protagonisti vivono le loro vicende. La narrazione popolare di questa produzione britannica è nel solco di molti altri film generazionali del periodo, primi tra tutti Trainspotting e Billy Elliot e mettiamoci anche svariati lavori del leggendario Ken Loach e pure Guy Ritchie, con i protagonisti che si muovono tra foschie e abitazioni di mattoni scuri e le miserie della working class inglese, non troppo diverse da quelle delle altre nazioni, a meno forse di un’inclinazione alla cagnara non sappiamo se vera o un po’ romanzata.

Il mondo delle discoteche di tendenza e dei rave, pur avendo raggiunto dimensioni considerevoli, a vedere anche da quest’unica testimonianza cinematografica, non è mai diventato un fenomeno abbastanza noto da incoraggiare i produttori a prenderlo con la dovuta attenzione, come era successo per la precedente ondata degli anni ’70, con i vari ‘Saturday night fever’ e i successivi ‘Studio 54‘ e ‘The last days of disco‘. Prima di lasciarvi alla visione di Human Traffic vi segnaliamo solo la disponibilità di numerosi documentari e libri sul fenomeno, che andiamo in fondo a questo articolo a elencarvi; ma ora gustatevi il film oggetto di questo articolo:

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Se poi il film vi avesse preso bene potete dirvi fortunati, pare che sia in produzione proprio in questo 2016 il sequel, lo si evince da questo tweet di Danny Dyer:

A oggi, otto ottobre 2019, possiamo dire che la precedente promessa da parte del regista, se non del tutto mantenuta, è in dirittura di arrivo (a riprova anche che il sito viene continuamente aggiornato). Da diverse fonti si ventila dell’imminente uscita del sequel, consigliamo a chi fosse interessato di seguire la pagina Facebook relativa al progetto, che viene aggiornata spesso anche negli ultimi giorni:

https://www.facebook.com/HumanTrafficRevolution

Bibliografia:

Traveller e raver

Club Confidential

Generazione ballo sballo

La formula del successo

“…nessuno – ne una rockstar ne uno scienziato – ce la può fare in totale solitudine. Abbiamo tutti bisogno di una guida, di un mentore, di qualcuno che indirizzi i propri sforzi e ci aiuti a trovare la strada.” Malcom Gladwell

In questo articolo proveremo a introdurre una ricerca che siamo certi attanagli molte persone, spesso molto affine a quella forse di ordine superiore che riguarda il senso della nostra presenza in questo universo.

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